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14.09.03

Liberazione, Anche la "violazione dei diritti umani fondamentali" figura tra i reati

Anche la "violazione dei diritti umani fondamentali" figura tra i reati
contestati dalla procura di Genova

Anche la "violazione dei diritti umani fondamentali" figura tra i reati
contestati dalla procura di Genova ad alcuni dei 73, tra medici, funzionari
e agenti, cui sono stati inviati gli avvisi di fine indagine per le
violenze nella scuola Diaz e nella caserma della celere di Bolzaneto,
trasformata in carcere provvisorio per le retate del G8 2001, dal ministro
leghista Castelli che ieri ha liquidato la faccenda rimandando all'indomani
di eventuali condanne gli atti amministrativi. Fino ad allora anche il
medico Giacomo Toccafondi, e l'allora vice capo della digos genovese,
Alessandro Perugini, resteranno al loro posto con il rischio di inquinare
le prove. L'uno è accusato di aver seviziato i detenuti, l'altro è celebre
anche per un video in cui sembra proprio che prenda a calci un ragazzino di
Ostia tenuto immobile da alcuni agenti.

E dire che, ai cancelli della Diaz, il dottor Sgalla, che era portavoce di
De Gennaro, aveva definito l'operazione «una normale perquisizione»
riferendo a legali e parlamentari sbigottiti che il sangue dei feriti era
«di ferite pregresse». Gli indagati restano al loro posto, alcuni sono
stati perfino promossi. «Ma non crede il ministro Pisanu che certi
provvedimenti vadano presi subito?», si chiedono Enrica Bartesaghi e
Lorenzo Guadagnucci del comitato "Verità e Giustizia per Genova". Lei è la
madre di una delle vittime, lui quella notte fu massacrato e arrestato con
altre 92 persone e, a 26 mesi, «sono ancora tutti indagati per associazione
a delinquere finalizzata al saccheggio mentre l'accusa di detenzione di
armi e di resistenza, invece, è stata archiviata», spiega Bartesaghi.
Infatti armi e resistenza sono, come scrivono i magistrati, un'invenzione
per giustificare il blitz. «Ci dispiace che non siano stati identificati i
"macellai" - dice ancora - i poliziotti che manganellarono travisati.
Continueremo a chiedere il codice di identificazione per gli agenti perché
non si ripetano più cose del genere».

A Enrica Bartesaghi ha «fatto effetto come l'Unità abbia relegato la
notizia in fondo al giornale, anticipando perfino che alcuni funzionari
saranno tirati fuori. Mi colpisce anche il silenzio dei ds e del
centrosinistra». «Continuo a stupirmi - racconta a Liberazione, Haidi
Giuliani, la mamma di Carlo - quando si dice che è impossibile incriminare
gli agenti travisati: i loro capi devono sapere dov'erano dislocati. E poi
il "gran ballo" aveva una regia che si continua a non voler vedere se si
parla solo di polizia. A Genova hanno iniziato i carabinieri».

Il giorno dopo la spedizione degli avvisi si rafforza, tra le anime del
movimento, la percezione dell'urgenza di una vera commissione parlamentare
d'inchiesta. Da Cancun, ancora una volta ai margini di una zona rossa,
Vittorio Agnoletto segnala l'importanza della contestazione ad alcuni
funzionari dell'abuso d'ufficio. «Qualcuno usò il suo ruolo per calpestare
i diritti - spiega l'ex portavoce del Genoa social forum - ma Scajola, Fini
e Ascierto, senza una inchiesta parlamentare, restano ancora fuori dalle
indagini». «Se le accuse sono confermate, deve essere riaperto anche il
caso Giuliani», avverte Luciano Muhlbauer del Sin. Cobas. Piero Bernocchi,
leader storico dei Cobas, non condivide la lettura di D'Avanzo su La
Repubblica) che crede che la magistratura stia «sparando nel mucchio e che
73 avvisi siano troppi: i "teppisti in divisa" furono molti, forse migliaia
e oggi sappiamo che interi reparti sono pervasi da ideologie fasciste. Non
è la magistratura a infangare le forze di polizia, sono loro ad essersi
infangate da sole. La ferocia di quei giorni era già stata sperimentata a
Napoli dal governo di centrosinistra». «E, se è vero che non fu
l'iniziativa di "mele marce" ma gli ordini di una catena di comando non
soltanto nazionale - dice dal corteo di Monselice, il disobbediente e
coordinatore gc, Nicola Fratoianni - vogliamo un'amnistia per tutti i reati
politici attribuiti agli attivisti da Genova in poi: casomai furono solo
forme di difesa».

Checchino Antonini

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