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22.09.03

Manifesto, Bolzaneto, anatomia di un pestaggio

Bolzaneto, anatomia di un pestaggio
Dopo la Diaz, ecco le conclusioni dell'indagine sui torturatori
Tutte le accuse ai 42 poliziotti della caserma genovese, dove i no global arrestati al G8 del 2001
vennero picchiati, insultati e minacciati Per la polizia penitenziaria è ancora notte fonda
ALESSANDRO MANTOVANI
Bolzaneto non è la scuola Diaz, i piani nobili del Viminale non c'entrano. Ma per capire il G8 di Genova
bisogna passare per la caserma del VI reparto mobile della polizia. E sforzarsi di guardare in faccia gli
sconosciuti indiziati - cinque medici pernitenziari e 37 tra uomini e donne della ps, della penitenziaria e
dei carabinieri - raggiunti dagli avvisi di fine indagine del 12 settembre per i reati commessi su oltre
duecento no global arrestati o fermati tra il 20 e il 21 luglio 2001. Purtroppo era tutto vero: le dita
divaricate a forza fino a «strappare» una mano, lo spray urticante al Cs spruzzato nelle celle, calci e
schiaffoni. Erano moneta comune le ingiurie fascistoidi, le canzoncine tipo «un due tre, viva Pinochet»,
le misure di rigore da campo di concentramento. E le intimidazioni, continue e inaccettabili: qualcuno
l'hanno costretto ad «abbaiare», altri a dire «sono una merda». Molti raccontano di essere stati costretti
a firmare carte false: nei verbali c'è scritto che nessun arrestato chiedeva di telefonare a casa, nessuno
straniero voleva avvertire il suo consolato. E gli avvocati non potevano entrare: la procura aveva infatti
disposto il «differimento dei colloqui» con i legali, a prima vista poco legittimo ma «avallato» dal Csm.
DENUNCE «CREDIBILI». Le orribili testimonianze pubblicate nell'estate 2001 dai giornali (Repubblica su
tutti) e verbalizzate dagli increduli gip chiamati a convalidare gli arresti, sono attendibili perché
«provenivano - osserva uno dei pm genovesi - da persone di nazionalità diverse, rinchiuse in carceri
diverse. Non si capisce come avrebbero fatto a mettersi d'accordo». Da persone, insiste un altro dei sei
magistrati che hanno indagato, «che sono venute qui e ci hanno fatto mettere a verbale solo quello che
ricordavano con certezza, indicandoci anche che questo o quell'agente - soprattutto carabinieri - si era
comportato bene. Sono stati onesti anche nei riconoscimenti individuali, difficili per il tempo trascorso, lo
shock di quei momenti, le fotografie impresentabili che ci hanno mandato...» E ancora, quelle denunce
«sono state confermate da altri testimoni o da riscontri oggettivi, non ci siamo mai accontentati di un
singolo riconoscimento, non rafforzato da altre persone e da riscontri certi come la coincidenza del
turno», avvisa il primo pm. Per questo la vicenda ricostruita meglio aveva per teatro l'infermeria, dove
c'erano i malcapitati no global ma anche gli infermieri Marco Poggi e Ivano Pratissoli che hanno

accusato i medici.

«AGUZZINI» IN CAMICE . I pubblici ministeri Ranieri Miniati, Francesco Albini Cardona, Monica Parentini,
Stefania Petruziello, Francesco Pinto ed Enrico Zucca possono così affermare che il dottor Giacomo
Toccafondi, 48 anni, coordinatore sanitario con la tuta mimetica, avrebbe stritolato la mano dolorante di
M.P. anziché curarlo; avrebbe detto a V.B. «alla Diaz dovevano fucilarvi»; avrebbe puntato il manganello
contro la bocca ferita di A.J.K; avrebbe costretto D.K.O. a spogliarsi anche davanti a poliziotti e a girarsi
a destra e a sinistra. Ma Toccafondi nega tutto e continua a lavorare nel carcere genovese di
Pontedecimo. Non sarebbe stato da meno il dottor Aldo Amenta, 34enne di Casale Monferrato: avrebbe
assistito senza fiatare alla scena in cui Alfredo Incoronato, agente napoletano della polizia
penitenziaria, prendeva a pugni L.G.L., fratturandogli una costola, e si arebbe divertito a ricucire
un'orrenda ferita alla mano di G.P. (provocata da un agente, vedremo subito come) senza
anastetizzarlo, sotto gli occhi dei colleghi. Non si è mai trovato, invece, il ragazzo straniero al quale
avrebbero strappato un piercing senza anestesia. Alla faccia di Ippocrate i medici - comprese le
dottoresse Adriana Mazzoleni di Alessandria, Sonia Sciandra di Sanremo e Marilena Zaccardi di Genova -
sono accusati di non aver prestato l'assistenza dovuta, di non aver segnalato l'origine dolosa di certe
ferite, di avere insultato e minacciato a piacimento. Avrebbero calpestato il diritto alla salute, il
regolamento carcerario e soprattutto l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta
«la tortura e i trattamenti inumani e degradanti». Ma per il ministro della giustizia leghista, Roberto
Castelli dovrebbero lavorare nelle carceri fino al giudizio di cassazione.

«COMITATO D'ACCOGLIENZA». Nel cortile di Bolzaneto c'era un «comitato d'accoglienza», così lo
chiamano i pm. «Gruppi di appartenenti alle varie forze dell'ordine» che circondavano fin dall'arrivo i
cellulari e accoglievano gli arrestati, appena scesi, «con battute, minacce, insulti e a volte gesti fisici», in
genere «calci». Alcuni indagati hanno dovuto ammettere che c'era un «assembramento» di colleghi.

Una volta dentro, si legge negli avvisi di fine indagine, gli arrestati erano «costretti a rimanere, senza
plausibile ragione, numerose ore in piedi, con il volto rivolto verso il muro della cella, con le braccia
alzate, con le gambe divaricate, o in altre posizioni non giustificate, costituendo ulteriore privazione
della libertà personale» . Gli accusati accampano «ragioni di sicurezza», i pm non ci credono perché il
trattamento si sarebbe «protratto nel tempo al di là di quanto era necessario per le perquisizioni».

«INUMANO E DEGRADANTE». Già questo è un reato infamante: articolo 608 del codice penale, abuso
d'autorità su arrestati, pena massima prevista trenta mesi. Giudicando la Gran Bretagna la Corte
europea dei diritti umani stabilì, anni fa, che l'obbligo di stare in piedi contro il muro, applicato ai
cosiddetti «terroristi» nordirlandesi, è «trattamento inumano e degradante» ai sensi della Convenzione
europea dei diritti umani. Bisognerebbe convincere l'ingegner Castelli, che vide con i suoi occhi i no
global con la faccia al muro ma dichiarò, in parlamento e non al bar Padania, che tutto sommato «non
era gravissimo» perché «i metalmeccanici lavorano in piedi dalla mattina alla sera per 35 anni, e non si
lamentano».

IL CORRIDOIO. A Bolzaneto c'è un corridoio sul quale si affacciano tutte le stanze. A destra e a sinistra,
passato l'atrio, c'erano gli uffici in cui la Digos faceva i verbali, poi la stanza della squadra mobile, i
bagni e l'infermeria. In fondo le camere di sicurezza, le prime tre sorvegliate dalle guardie carcerarie e
le altre sei in mano alla ps e ai carabinieri. Nel corridoio, almeno in alcuni turni dei giorni 20, 21 e 22
luglio 2001, gli agenti si erano disposti sui lati - «quasi a formare due ali» specificano i pm - e ogni
volta che passava un arrestato ricominciavano con gli insulti, le mazzate e i cori da stadio come «ne
abbiamo ucciso uno, dobbiamo ucciderne cento», trasparente allusione a Carlo Giuliani ammazzato da
un carabiniere. Il corridoio l'hanno descritto in molti, accusando anche agenti in borghese e in alcuni
casi indicando le divise scure che potrebbero appartenere agli agenti del temibile Gruppo operativo
mobile della penitenziaria, sui quali tuttavia non sono emersi specifici elementi di responsabilità.

I TORTURATORI. E.P ha indicato l'agente penitenziaria Barbara Amadei (32 anni) come la donna che
l'accompagnava e «la costringeva - scrivono i pm - a camminare lungo il corridoio con la faccia
abbassata e le mani sulla testa e consentiva o comunque non impediva che altri agenti la colpissero
con calci, la deridessero e la minacciassero», che la chiamava «puttana» e «troia» e la obbligava «con
violenza e minaccia a chinare la testa all'interno della turca», cioè nel cesso.

Alcuni indagati sono stati riconosciuti per specifici atti di violenza, altri per le intimidazioni e gli insulti.
Sul poliziotto genovese Massimo Luigi Pigozzi pesa l'accusa più atroce: «Afferrando con le due mani le
dita della mano sinistra di G.A., e poi tirando violentemente le dita stesse in senso opposto in modo da
divaricarle, cagionava al citato G.A. - scrive il pm - lesioni personali dalle quali derivava una malattia
guarita in 50 giorni (ferita lacero contusa della lunghezza di cinque centimetri tra il terzo e il quarto

raggio della mano sinistra)». Massimo Salomone, ispettore genovese 40enne, avrebbe preso a pugni D.
L. insieme al collega parigrado Gaetano Antonello; avrebbe poi cercato di costringere la francese V.V. a
firmare i verbali fasulli, le avrebbe mostrato le foto dei figli («o firmi o non li rivedi mai più) e non
avrebbe fatto una piega mentre un altro poliziotto la picchiava alla nuca. E ancora, l'agente Daniela
Cerasuolo (penitenziaria) avrebbe «scortato» G.P. e C.G. nel corridoio, esponendole al consueto
trattamento. La collega 30enne Silvia Rossi avrebbe percosso A.D.F. «torcendole un braccio dietro la
schiena mentre l'accompagnava in bagno». Giuliano Patrizi, sovrintendente 48enne della penitenziaria,
avrebbe preso a calci F.F. e B.L., sempre nel corridoio. Tutti, se rispondono ai pm, respingono le accuse.

I CAPI. Gli altri, soprattutto i capi, sono stati indagati per il ruolo che avevano: per il codice penale
(articolo 40 secondo comma) un poliziotto che dolosamente non impedisce un reato dev'essere punito
come se lo avesse commesso. Gli avvocati comprensibilmente attaccano su questo punto «ma noi -
spiega ancora un magistrato - ci siamo accorti fin da subito che a Bolzaneto gli abusi erano diffusi,
generalizzati. Nessuno - insiste - poteva fermarsi lì per delle ore senza trovarsi nella posizione di
intervenire per fermare le violenze. E infatti alcuni sono intervenuti. Non ci parlino di teoremi».

Per esempio, l'allora vicecapo della Digos genovese Alessandro Perugini (42 anni) stava in un ufficio
che dava sul corridoio, privo di altre porte. Era il responsabile della caserma, vi è rimasto per intere
giornate e con i pm ha ammesso di aver fatto qualcosa per sciogliere l'«assembramento» nel cortile,
che dunque esisteva anche per lui. E' troppo affermare che non fece abbastanza? Lo stesso discorso
riguarda Anna Poggi, commissario capo 32enne della questura di Torino, e l'ispettore della penitenziaria
Antonio Gugliotta, 43 anni, responsabile della sicurezza di Bolzaneto e in servizio al carcere di Taranto,
che ha taciuto davanti ai pm. Quanto a Perugini, lavora ancora alla questura di Genova dove dirige la
logistica e il personale. Nonostante Bolzaneto e nonostante la vicenda arcinota del minorenne di Ostia,
preso a calci dal vicequestore quando era già immobilizzato.

FALSARI E CARCERIERI. Quelli dell'ufficio matricola e gli estensori e sottoscrittori dei verbali rispondono
per le false attestazioni, reato specifico e ben definito: era bianco e scrivevano nero, per un poliziotto
non è poca cosa. Sono i signori Francesco Tolomeo e Giuseppe Fornasiere (ispettori), Giovanni Amoroso
(assistente) e Marcello Mulas (agente scelto), tutti della penitenziaria. Altri ancora, responsabili della
vigilanza nelle camere di sicurezza, rispondono ex articolo 608 per le misure di rigore non consentite,
benché nessuno li abbia indicati per questo o quel calcio, per questo o quell'insulto. Vale anche per i
carabinieri che parteciparono ai turni di sorveglianza dal 21 luglio: due sottotenenti, cinque marescialli e
quattro vicebrigadieri, tutti del 9° battaglione Sardegna e nessuno accusato di particolari violenze.

Vale anche per l'ispettore di ps Aldo Tarascio, finito sui giornali perché segretario genovese del
Silp-Cgil, dunque «poliziotto democratico» e per di più libero di parlare come sindacalista. Anche
Tarascio non ha visto nulla di strano, ha anzi detto che si occupava direttamente degli arrestati e con
tutta l'umanità di questo mondo. In tutto sono tredici della penitenziaria più i medici, undici carabinieri
e quattordici della ps. Comunque i magistrati avvertono che qualche posizione minore potrebbe essere
archiviata senza richiesta di rinvio a giudizio.

OMBRE SUL DOTTOR SABELLA. Per 57 degli iniziali 99 indagati l'archiviazione è già pronta. I magistrati

non hanno mai pensato di mandare a giudizio tutti coloro - erano centinaia - che prestarono servizio a
Bolzaneto. E non hanno mai inquisito il loro collega Alfonso Sabella, il pm siciliano (ora a Firenze) che a
Genova era il capo-missione del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) e ha così
rovinato una reputazione costruita nella trincea dell'antimafia. Sabella, sentito come teste, ne esce
pulito perché non risulta, a differenza dei Perugini o dei Gugliotta, che si sia trattenuto a Bolzaneto per
un tempo sufficiente a vedere, capire e intervenire. Vabbè. Tutti però ricordano che Sabella difese a
spada tratta le guardie penitenziarie, per poi trasformarsi in giudice di sé stesso e firmare l'inchiesta
interna, ovviamente assolutoria. Da due anni il Dap tace: forse Castelli è il ministro che meritano.

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