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15.11.08

Repubblica Canterini: "Io e i miei uomini martiri paghiamo per tutti ma non ci arrendiamo

Repubblica

Parla il poliziotto che guidava il VII Reparto mobile, condannato a 4
anni. Ha scritto ai suoi agenti una lettera
Canterini: "Io e i miei uomini martiri paghiamo per tutti ma non ci
arrendiamo"
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CARLO BONINI
ROMA - Il questore Vincenzo Canterini, ex comandante del VII Nucleo mobile
nei giorni del G8, condannato, insieme ai suoi capisquadra, a 4 anni di
reclusione dal Tribunale di Genova per la mattanza della "Diaz", sta
rientrando a Bucarest, al suo ufficio di dirigente Interpol. Ha in mano
una lettera, che pubblichiamo qui a fianco. Dice: «L´ho appena finita di
scrivere ai miei ragazzi. Quelli che, da giovedì sera, pagano per tutti.
Dei martiri civili».
Di martiri civili e senza processo, alla "Diaz", ce ne sono stati 93.
Donne, uomini. Giovani, anziani. Erano inermi e innocenti.
«In questi sette anni, non c´è stato un solo giorno in cui non mi sia
associato al giudizio che di quella notte venne dato dal mio vice,
Michelangelo Fournier. Disse: "È stata una macelleria messicana". E lo
disse la prima volta che, insieme, fummo sentiti dal procuratore aggiunto
di Genova, qualche giorno dopo i fatti. Cosa doveva dire di più? Il punto
è che non sono io, non siamo stati noi i macellai di quella notte».
Chi è stato allora?
«Me lo ha gi chiesto in passato e glielo ripeto: non lo so. So però, e il
processo lo ha dimostrato, che in quella scuola c´era una macedonia di
polizia. Più di 400 tra agenti e funzionari. Il professor Silvio
Romanelli, il mio avvocato, in aula, ha giustamente parlato della "notte
del volontario". Di decine, centinaia di agenti arrivati nella scuola
comandati da non si sa bene chi e perché. Ma, in sette anni, si è
preferito che il faro rimanesse puntato soltanto sul VII nucleo».
È colpa forse della Procura o del metro di giudizio del tribunale se non
si è riusciti a sfondare questo muro di omert , o non invece di chi questo
muro lo ha eretto proprio tra voi poliziotti? Di chi non sa, non ricorda,
non ha visto.
«Non sono abituato a discutere il lavoro e le scelte dei magistrati e
tanto più le sentenze che pronunciano. Dico però che se questo doveva
essere l´esito, allora sono orgoglioso di aver ricevuto la condanna più
alta. Perché è giusto che sia io a rispondere dei miei uomini. Anche di
quello che non hanno fatto. Anzi, le dispiace se le leggo un brano della
lettera che ho scritto ai miei uomini?».
Legga.
«Il 21 luglio del 2001, dopo 18 ore di servizio, ci è stato ordinato di
entrare in piena notte, in un edificio che non conoscevamo, e ci è stato
detto che, probabilmente, vi avremmo trovato occupanti pericolosi ed
armati. Io e voi sappiamo benissimo cosa è successo, ci siamo guardati più
volte negli occhi. E guardandoci abbiamo capito la nostra professionalit ,
il nostro cameratismo, la nostra dignit ».
Mentre intorno a voi dei civili diventavano degli invalidi, ad esempio.
Questo non lo ricorda.
«Guardi, io non ho intenzione di rifare il processo. Di ricordare in quale
piano della scuola erano i nostri capisquadra e i nostri uomini. Cosa
erano in grado di vedere o di impedire. Ma forse è utile sapere che per
fare 93 feriti sono stati impiegati 4 minuti, il che è difficile per un
reparto di 70 uomini. È utile sapere che all´interno di quella scuola io
non sono neppure entrato. Che, quella sera, non indossavo neppure il
casco. Non avevo il tonfa. Non avevo la pistola. Che il mio vice, entrato
nella scuola, si tolse il suo di casco per gridare a uomini che non erano
del VII di interrompere le violenze. Diciotto testimoni tra gli aggrediti
presenti nella scuola, hanno riferito in aula che uomini del VII si
adoperarono per soccorrere i feriti. Questa è forse una spedizione
punitiva?».
L´odio di quella notte avr pure dei padri. Non crede?
«Io non odio nessuno. A Genova, abbiamo avuto i nostri feriti, i nostri
ustionati e, come ho ricordato ai miei uomini, seguendo un istinto che
forse trascendeva dal semplice dovere istituzionale, abbiamo buttato il
cuore oltre l´ostacolo. Contro individui mascherati, violenti ed
organizzati, quanto e forse meglio di noi».
Alla Diaz, nessuno era mascherato e violento. I travisati e i violenti
erano i poliziotti.
«Voglio solo dire che, in 41 anni di carriera immacolata, non sono mai
caduto nella trappola dell´odio che chiama odio. Ai miei uomini del VII,
oggi, dico questo. E mi scusi se leggo, ma anche a 60 anni, non ho perso
la capacit di emozionarmi: "Abbiamo perso una battaglia. Ci siamo sentiti
umiliati e forse traditi. Ma quante volte chi ci aggrediva pensava di
averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di
esser noi. (?) Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con
i loro bastoni. Diamogli l´illusione di avere vinto e facciamogli vedere
che alla lunga saremo noi a vincere perché potremo guardarli negli occhi
non con l´odio, che si riserva ad un nemico, ma con la serena
consapevolezza della nostra innocenza. Coraggio ragazzi il vostro
comandante vi è vicino ed ancora indossa il casco insieme a voi. Ancora
non ci hanno messo a terra"?».
«Il vostro comandante indossa il casco con voi». È una minaccia?
«Per carit . È orgoglio e fratellanza con i miei uomini».
Chi sono "tutte queste persone nei passamontagna" a cui si riferisce? I
suoi colleghi di quella notte?
«Chi vuole capire, capisca. Dico solo che i celerini saranno anche
ignoranti, ma non sono stupidi».

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Diaz, bufera sui giudici Anm e Csm: basta insulti
Scontro sulla commissione d´inchiesta. Il Pdl: mai
La procura ricorre in appello contro le assoluzioni. Aumenta il rischio
prescrizione

MASSIMO CALANDRI

GENOVA - La sentenza del processo Diaz infiamma il dibattito politico ed
accende gli animi anche all´interno della magistratura, mentre il Csm
pensa ad avviare una pratica di «tutela» nei confronti del collegio
giudicante genovese. Il giorno dopo le assoluzioni per i vertici della
polizia coinvolti nel blitz di sette anni fa, alle pesantissime critiche
di buona parte della sinistra si contrappone il plauso del governo, che
parla di «buon senso» dei giudici del capoluogo ligure. In mezzo finisce
Antonio Di Pietro, dopo che in mattinata il suo partito aveva rilanciato
la proposta di istituire una commissione d´inchiesta parlamentare sui
fatti del G8: giusto lo scorso anno proprio l´Italia dei Valori aveva
votato insieme a Forza Italia, An e Lega, bocciando il progetto.
Era stato il segretario del Prc, Paolo Ferrero, ad aprire ieri le
polemiche: «Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una giustizia forte
con i deboli e debole con i forti». Di «vergogna» ed «ingiustizia» aveva
parlato anche l´Arci, mentre Amnesty accusava le autorit italiane «di non
aver mai voluto contribuire in questi sette anni alla ricerca della verit
e della giustizia». Fabrizio Cicchitto, portavoce della Pdl alla Camera,
replicava che «la responsabilit penale è personale: la decisione di
Genova è equilibrata». Anche per il ministro della Giustizia, Angelino
Alfano, l´altra sera era stata pronunciata «una sentenza che ha dato un
responso chiaro». Poi all´improvviso ha fatto capolino Giuseppe Giulietti
(Idv) con una dichiarazione a sorpresa: «Ci sono ancora troppe ombre su
quella notte. Chiediamo che si provveda all´istituzione di una commissione
parlamentare d´inchiesta sul G8, sperando che questo strumento possa
contribuire alla verit e alla giustizia». Le risposte non sono tardate.
Scontata e secca quella del presidente della Pdl al Senato, Maurizio
Gasparri: «A quanti chiedono una commissione d´inchiesta diciamo fin d´ora
che non ci sar , perché non avr mai i voti della maggioranza». Ma il
tornado della polemica s´è levato da sinistra. Per l´eurodeputato Vittorio
Agnoletto, «quelli come Di Pietro sono dei sepolcri imbiancati».
«Scandalosi, patetici», ha rincarato la dose Gigi Malabarba, ex senatore e
a suo tempo primo firmatario del ddl per l´istituzione della commissione
d´inchiesta: «A promuovere il regista della repressione di Genova, Gianni
De Gennaro, sottraendolo al giudizio dei magistrati, sono stati proprio
loro con totale consenso del centrodestra».
Intanto a Genova il presidente della prima sezione del tribunale, Gabrio
Barone, ha risposto a chi sottolineava fischi e proteste del pubblico
presente in aula l´altra sera: «Il nostro codice prevede che si possa
condannare solo quando la responsabilit è accertata oltre ogni
ragionevole dubbio. Capisco il risentimento di chi è stato picchiato, ma
le persone dovrebbero prima leggere gli atti. E vedere le prove che ci
sono. Noi possiamo condannare solo in base a quelle. Questa sentenza
colpisce le persone sulle quali abbiamo ritenuto ci fossero prove certe di
responsabilit ». Un consigliere del Csm, Fabio Roia, ha preannunciato che
presso l´organo supremo della magistratura sar chiesta l´apertura di una
pratica a tutela dei giudici genovesi a seguito dei «pesanti attacchi che
rischiano di diventare denigratori e strumentali». La sentenza ha però
creato obiettivo stupore tra molti magistrati del capoluogo ligure. Alcuni
di loro, coinvolti in prima persona nei giudizi preliminari della stessa
inchiesta, hanno confessato ai colleghi di essere «preoccupati». Enrico
Zucca e Francesco Cardona Albini, i pm che sostenevano l´accusa contro la
polizia, attendono le motivazioni della sentenza ma la richiesta d´appello
pare inevitabile. Sulla vicenda s´allunga l´ombra nera della prescrizione,
alla quale però alcuni imputati - l´ultimo è Michelangelo Fournier,
condannato a due anni di reclusione - hanno preannunciato di voler
rinunciare.

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"Cari ragazzi il vostro Comandante è insieme a voi..."
Ecco la lettera che Vincenzo Canterini ha inviato ai ragazzi del primo
Reparto mobile condannati a Genova per i fatti della scuola Diaz.
Cari ragazzi del VII Nucleo,
l´anno 1999 fu un anno importante per il Reparto di Roma, infatti
unitamente ai normali, gravosi e spesso pericolosi compiti che normalmente
svolgevamo in ambito di Ordine Pubblico, ricevemmo l´importante incarico
di prepararci per l´impegnativo appuntamento del G8 che si sarebbe svolto
a Genova.
Ricevemmo un incarico similare per quanto riguardava tutti gli altri
Reparti del Paese che a scaglioni vennero da noi e si addestrarono con il
nostro stesso entusiasmo. Ricorderete senza dubbio l´atmosfera di quei
giorni, si lavorava duramente ed in amicizia, eravamo un gruppo (seppur
numeroso) estremamente sereno ed unito.
Chi scrive aveva spesso l´orgoglio di mostrare a tutti coloro che venivano
al Reparto il grado di addestramento che avevamo raggiunto ed i progressi
che stavamo facendo.
In effetti, se ben ricordate, eravamo consapevoli di quanto era importante
quello che ci era stato ordinato di fare, perché, nella nostra esperienza
e nella nostra convinzione, sapevamo benissimo che Poliziotti addestrati e
mentalmente preparati sarebbero stati una garanzia soprattutto per la
corretta difesa dei cittadini oltre che per la nostra incolumit .
Arrivati a Genova ci siamo trovati a fare servizio nelle condizioni di
disagio e di pericolo che ci aspettavamo.
Abbiamo avuto i nostri feriti, i nostri ustionati e, seguendo quasi un
istinto che forse trascendeva dal semplice Dovere Istituzionale, abbiamo
buttato il cuore oltre l´ostacolo profondendo il nostro corpo e tutte le
nostre energie nel contrasto ad individui mascherati, violenti ed
organizzati, quanto e forse meglio di noi.
Dopo 18 ore di servizio siamo stati chiamati di nuovo all´opera e ci è
stato ordinato di entrare in piena notte, in un edificio che non
conoscevamo, dicendoci che probabilmente vi avremmo trovato occupanti
pericolosi ed armati.
Io e voi sappiamo benissimo cosa è successo, ci siamo guardati più volte
negli occhi; e guardandoci abbiamo capito quanto fosse alta la nostra
professionalit e quanto il cameratismo e la dignit di ognuno di noi si
riflettesse nello sguardo di tutti gli altri.
Abbiamo perso una battaglia; ma quante volte ci siamo sentiti umiliati e
forse traditi, quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto
e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di esser noi; quante
volte abbiamo guardato in faccia i nostri antagonisti e quante volte
abbiamo fatto in modo, anche se feriti nel corpo e nell´animo di
dimostrare loro che i perdenti non eravamo noi, ma loro, che pensavano con
la violenza ed il sopruso di poterci definitivamente sovrastare.
Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni,
diamogli l´illusione di avere vinto e facciamogli vedere che alla lunga
saremo noi a vincere e potremo guardare nei loro occhi non con odio, che
si riserva ad un nemico, ma con la serena consapevolezza della nostra
innocenza.
Coraggio ragazzi, il vostro Comandante vi è vicino ed ancora indossa il
casco insieme a voi.
Ancora non ci hanno messo a terra.
Vincenzo Canterini

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Sentenza Diaz, la citt si ribella

Burlando: "Una delle pagina più brutte del nostro Paese"
Torna d´attualit la richiesta di una commissione parlamentare d´inchiesta
Anche la Cgil si schiera "Assolvere chi ha ostacolato la verit è una
scelta sconcertante e preoccupante"

AVA ZUNINO

Il rischio è che la notte della scuola Diaz, al G8 di Genova, rimanga per
sempre un buco nero nella storia della citt e del paese: è lo spirito con
cui le istituzioni, la Regione Liguria e il Comune di Genova, a
ventiquattro ore dalla lettura della sentenza, continuano a riflettere. E
a temere che non si possa mai più fare luce su quanto accadde quella
notte. Il sindaco Marta Vincenzi, però, non si arrende. Continua a
chiedere la commissione parlamentare di inchiesta e si appella al
Parlamento: «che so benissimo non è più quello di sette anni fa, ma deve
sapere che la citt di Genova quella vicenda non l´ha superata». Il
presidente della Regione Claudio Burlando ragiona su una sentenza che
colpisce soltanto i pesci piccoli: «Sembra difficile - dice - che venga
organizzata una cosa del genere all´insaputa dei superiori. Ed è quindi
giustificabile la rabbia di chi ha subito pestaggi e delle varie
associazioni. Questa è una bruttissima pagina dell´Italia democratica, una
delle più brutte». E poi aggiunge: «Naturalmente non mi sfugge la violenza
dei black bloc. Però la violenza di chi dovrebbe assicurare la
tranquillit dei cittadini ha una gravit particolare». Una pagina chiusa?
Tutt´altro, dice il presidente della Regione: «la fame di verit e
giustizia non si è placata con questa sentenza». E´ dello stesso avviso
Marta Vincenzi, che anche ieri ha ripetuto: «questa sentenza, come le
altre, non pone fine alla questione che noi avremmo voluto definitivamente
archiviare. Non dice fino in fondo se in quei giorni ci sono stati difetti
nel funzionamento della democrazia».
Sulla sentenza per le violenze nella notte della scuola Diaz ieri sono
intervenuti esponenti politici, segretari di partito, sindacati, e perfino
Legambiente, che con una nota del coordinatore nazionale Maurizio
Gubbiotti parla di una sentenza che: «non ha accertato la verit e dunque
ha infranto gli ideali di un´intera generazione». La Cgil genovese, dopo
aver rimarcato la fiducia nella magistratura, si affida ad un comunicato
scritto per dire che la sentenza: «è stata sconcertante e preoccupante,
vista la piena assoluzione dei vertici della polizia, presenti e
responsabili delle azioni commesse dai loro sottoposti e che hanno
ostacolato la ricostruzione della verit ».
I Verdi della Liguria dicono: «lo Stato ha assolto sé stesso dopo aver
promosso i massimi responsabili della disastrosa gestione dell´ordine
pubblico nei giorni del G8». Il segretario regionale del Pdci Enrico Vesco
sottolinea un aspetto politico: «il governo di oggi è lo stesso di allora
e tutto questo sembra rispondere a un preciso disegno politico. La
condanna ha colpito solo coloro che hanno eseguito gli ordini».
La sinistra con Rifondazione e i gruppi consiliari di Regione, Provincia e
Comune sottoscrive una nota: «non è una sentenza ma un colpo di spugna
sulla verit ». Di parere opposto il centrodestra che ieri a Genova si è
fatto sentire con Gianni Plinio di An e Roberto Cassinelli di Fi, loro
invece sono convinti che: «giustizia è fatta».

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Il padre di Carlo parla agli studenti in corteo a Roma
Giuliani non vuole crederci "La notte della democrazia"
Qui si continuano a punire i singoli comportamenti, non si vuole mai
arrivare al livello politico
Ero a Bologna, ho parlato di impunit ma un ragazzo mi ha corretto:
"Questa si chiama impunibilit "

ALBERTO PUPPO

«Quando è arrivata la notizia della sentenza era a Bologna, a un incontro
sui fatti del G8. Sono rimasto esterrefatto e ho parlato, ancora una
volta, di impunit . Un ragazzo mi ha interrotto: "No, questa si chiama
impunibilit . Ha ragione lui». Giuliano Giuliani, da Bologna, è rientrato
ieri mattina. Mezza giornata di riposo, non prima di essere intervenuto,
telefonicamente, durante il corteo degli studenti, a Roma, per dire che
"gli imputati sono stati assolti con una formula incredibile e vergognosa"
Il nuovo appuntamento è per oggi, alle 11, al Museo di Sant´Agostino, con
Vittorio Agnoletto e Giuliano Pisapia, proprio per discutere del verdetto
sul blitz della Diaz.
«Avevo molte speranze. Anche perché ero uno di quelli che non aveva
condiviso le critiche alla sentenza sulle torture di Bolzaneto. Certo,
capivo chi sentiva deluso, ma era la prima volta che veniva condannato un
gruppo di quadri della polizia per reati legati all´ordine pubblico. Mi
sembrava un passo importante: le responsabilit erano state riconosciute e
la realt , soprattutto nelle requisitoria dei pubblici ministeri,
ricostruita con precisione. Ora quella speranza è venuta meno. Sono
esterrefatto».
Eppure, obietta chi si stupisce dello stupore, la storia di questi sette
anni seguiti alla tragedia del G8, è contraddistinta di sorprese. «Sì, ma
la sentenza Diaz rappresenta un´ulteriore perdita di credibilit per le
istituzioni. Che cosa significa che, per i massimi dirigenti della
polizia, il fatto non sussiste? Come si fa solo a pensarlo? Quelli erano
lì davanti, ci sono anche le foto, mentre venivano portate le molotov
dentro la scuola. Che cosa ci stavano a fare?». Il ragionamento di
Giuliani è semplice: se non hanno colpe, chi dirigevano? «Delle due l´una:
o sono coinvolti e hanno avuto, come penso, un ruolo decisivo nel blitz e
nella costruzione della montatura e dei falsi successivi, oppure sono
altrettanto colpevoli perchè avevano perso completamente il controllo di
un gruppo di irresponsabili».
Certo, la sensazione di ripetere per l´ennesima volta un canovaccio ormai
immutabile è forte. «Sono sette anni che chiedo giustizia. E insisto
ancora. Perché qui si continuano a perseguire, in alcuni casi, soltanto i
singoli comportamenti e non si arriva mai al livello politico. E quando
parlo di livello politico penso, in primis, all´allora vicepresidente del
consiglio e oggi presidente della Camera, Gianfranco Fini che era presente
al comando dei carabinieri. O all´ex capo della polizia, Gianni De
Gennaro. E di lì a scendere, fino a quell´uomo in divisa che avrebbe
sparato a Carlo, cosa che peraltro, continuo a non credere, ogni giorno di
più. Ha ragione quel ragazzo di Bologna: questa gente non può essere
punita».
È evidente che per Giuliani la questione vada ben oltre il caso Diaz. «Il
messaggio che arriva da questa sentenza è proprio quello
dell´impunibilit . E questo è un dramma per la democrazia. Eduardo De
Filippo diceva: a da pass a nuttata, ma questa notte sembra non finire
mai. Anzi, le ombre sono sempre più scure».

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La rappresentante del Genoa Legal Forum: "Mano libera alla polizia"
Tartarini, l´ora della rabbia "Botte e minacce di stupro valgono l´offesa
a un vigile"
"Oggi ho salutato un gruppetto di reduci che tornavano in Germania. Da
Genova riportano nel loro paese soltanto paura e umiliazione"
«Le botte, le minacce di stupro, le offese, le filastrocche fasciste per i
giudici di Genova hanno lo stesso valore di un insulto ad un vigile urbano
dopo una multa».
Laura Tartarini, avvocato, ex consigliere comunale nelle liste di
Rifondazione Comunista, è uno dei volti storici del Genoa Legal Forum. Ha
appena salutato un gruppetto di reduci della Diaz che ieri mattina sono
tornati in Germania.
Cosa riportano indietro da Genova?
«Paura e umiliazione. Niente altro».
Il tribunale ha riconosciuto come provvisionali per il risarcimento cifre
inferiori a quelle richieste.
«Sì. Circa 2.500 euro per una notte di terrore e lunghe ore di abusi e
insulti. E´ la cifra che qualunque giudice di pace riconosce al vigile
offeso dall´automobilista dopo un litigio per la viabilit . E le lesioni
hanno ottenuto cifre inferiori rispetto a situazioni simili frutto di
incidenti stradali. Insomma, i ragazzi della Diaz hanno un valore ridotto».
I vertici della polizia italiana sono stati assolti con formula piena e
nessuno sembra intenzionato a valutarne il loro comportamento sotto il
profilo della capacit .
«Sarebbe il minimo. Ma sia chiaro che per noi non sono solo incompetenti
professionalmente, visto che non si sono accorti di nulla, ma restano
responsabili di quanto accaduto».
Durante il dibattimento ci sono stai momenti molto tesi.
«Il confronto anche focoso è normale in aula. Certo lo è di meno che siano
state tollerate domande personali e ininfluenti ai ragazzi pestati alla
Diaz fatte dai difensori degli imputati. Ma ci sono state altre cose poco
gradevoli ai margini del processo come dimostrano inchieste parallele
ancora in corso».
C´è chi teme che la sentenza possa avere in futuro ripercussioni sulle
manifestazioni di piazza.
«L´uso maggiore delle forze di polizia in ambiti di confronto democratico
non è prerogativa di questo governo ma di quelli di destra e sinistra
degli ultimi dieci anni. Certo la sentenza lascia mano libera e potr
agevolare una certa mentalit presente nella polizia, ossia quella che per
prendere i cattivi si può fare tutto».
(m.p.)

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Il difensore di Troiani: hanno trasformato un comprimario in protagonista
Biondi felice a met "Verdetto minimalista con un solo colpevole"
"I pm hanno avuto un compito gravoso, ma a mio parere hanno affrontato la
questione in modo troppo unilaterale"
«Pietro Troiani in questa inchiesta era una comparsa che la sentenza,
grazie all´uscita di scena dei superiori gerarchici, trasforma in
protagonista».
Alfredo Biondi è spesso e volentieri voce fuori dal coro. Soddisfatto per
l´assoluzione di uno dei suoi assistiti (Alfredo Fabbrocini), polemico per
la condanna dell´altro, quel Troiani che portò alla Diaz il sacchetto con
le molotov.
I funzionari più alti in grado. I giudici hanno stabilito che non hanno
commesso reati, ma è legittimo pensare che alcuni abbiamo dimostrato
incapacit ?
«Sono sospetti illegittimi e sa perché? Perché quelli sono funzionari
capaci, eccome se lo sono. E allora restiamo con la domanda irrisolta,
come è stato possibile che non si siano accorti di quanto stava
accadendo?».
Fin dall´agosto 2001 si parlava di agnelli sacrificali.
«Questo non lo so. Non frequento il Viminale, e gli unici soldi che fino
ad ora io e il collega Giorgio Zunino abbiamo preso, arrivano direttamente
dai clienti. Diciamo che questa sentenza, così non me l´aspettavo. Avevo
piuttosto previsto un ragionamento al contrario. Troiani porta le
bottiglie nella Diaz e lì le prende Dibernardini. E Dibernardini viene
assolto. Insomma c´è una frattura nella ricostruzione logica. Poi, però,
riconoscono le attenuanti al mio assistito. Una vera transazione sulla
pena. Per questo dico sentenza minimizzatrice».
Presenter appello?
«Certo. Sono curioso di leggere le motivazioni. I giudici hanno dimostrato
di essere autonomi e indipendenti ma le risultanze giuridiche sono altra
cosa. Quanto all´impostazione della procura credo che i pm, che
personalmente stimo molto, abbiano avuto un compito gravoso ma che forse
abbiano affrontato le questioni in maniera troppo unilaterale e alla fine
il loro teorema ne esca sconfitto».
La sentenza può contribuire a creare un clima di scontro nel paese?
Intanto le dico che oggi ho ricevuto molte telefonate di felicitazioni per
Fabbrocini, segno che molti italiani ritenevano ingiuste le accuse alla
polizia. Quanto ai processi, dovrebbero vivere e chiudersi nelle aule. E
la violenza, che sia provocazione o reazione, e da chiunque sia commessa,
è sempre sbagliata».
(m. p.)

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Gabrio Barone, il giorno dopo
Il giudice si difende "Nel nostro codice si condanna soltanto in assenza
di dubbi"
In campo l´Associazione Magistrati: "Sempre legittime le critiche, ma la
denigrazione rimane inaccettabile"
Sapeva che la sentenza che avrebbe letto sarebbe stata seguita da forti
polemiche e probabilmente è per questo che l´altra sera, all´esplodere
delle contestazioni, invece di chiedere silenzio in aula, Gabrio Barone,
presidente del Tribunale, si è allontanato rapidamente assieme alle
colleghe Annaleila Dello Preite e Fulvia Maggio.
Ieri, però, il giudice Barone ha accettato di commentare la sentenza. «Il
nostro codice - ha detto - prevede che si possa condannare solo quando la
responsabilit è accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Capisco il
risentimento di chi è stato picchiato, ma le persone dovrebbero prima
leggere gli atti. Il nostro codice prevede che si può condannare quando la
responsabilit è accertata ogni oltre ragionevole dubbio. Questa sentenza
colpisce le persone sulle quali abbiamo ritenuto ci fossero prove certe di
responsabilit ».
Barone chiude così, tra gli applausi e i fischi, quattro anni di un
processo sicuramente difficile, ma anche molto dimenticato. Dalla politica
e dai mass media, a parte poche eccezioni.
Quattro anni di un rapporto difficile in particolare con i pm Enrico Zucca
e Francesco Albini Cardona. Le schermaglie con i pm hanno a volte
raggiunto livelli di tensione tali da portare alla sospensione delle
udienze. E, quasi sempre, il motivo del contendere era l´atteggiamento di
una parte del collegio dei difensori.
Il 6 di novembre durante la sua arringa uno degli avvocati dei poliziotti
aveva così pesantemente attaccato i pm che Francesco Cardona Albini aveva
chiesto al presidente di far cessare le minacce. Senza successo.
In difesa dell´operato dei giudici Barone, Dello Preite e Maggio si
schiera invece oggi l´Associazione Nazionale Magistrati con un comunicato
che dice: «E´ sempre legittima la critica, anche aspra, ai provvedimenti
giudiziari ma l´insulto e la denigrazione nei confronti dei singoli
magistrati e dell´istituzione giudiziaria sono inaccettabili e non
contribuiscono alla costruzione di un confronto civile su temi
particolarmente delicati».
I vertici dell´Anm, il presidente Luca Palamara e il segretario Giuseppe
Cascini sottolineano che ci sono avvenimenti nella storia di un Paese «che
turbano profondamente le coscienze e che accendono forti discussioni e
divisioni creando di riflesso inevitabili tensioni anche sul versante
giudiziario». L´Anm chiede quindi rispetto per il «difficile compito
affidato alla magistratura requirente e giudicante

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