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29.11.07

secolo xix «Non ho accusato Fioriolli e mi hanno dato del servo»

secolo xix

«Non ho accusato Fioriolli e mi hanno dato del servo»
le inchieste G8
Intercettato l'agente sospettato di aver distrutto le molotov della Diaz


GENOVA. Hanno sospettato dell'ex questore Oscar Fioriolli e (ancora una
volta) dell'ex capo della Digos Spartaco Mortola. Sono stati loro due,
hanno pensato i pm che indagano sui misteri del G8, a dar l'ordine di far
sparire le bottiglie molotov. Quelle due bottiglie incendiarie introdotte
surrettiziamente la notte del blitz nella scuola Diaz, il 21 luglio 2001,
per giustificare gli arresti dei no global.
L'hanno sospettato e da quell'inchiesta ne è partita, come una collana in
cui ogni anello è legato a quelli vicini, un'altra ancora. Quella di cui
si parla in questi giorni, dopo l'invio dell'avviso di conclusione delle
indagini per la falsa testimonianza dell'altro ex questore, Francesco
Colucci, e che coinvolge l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro.
Sono, ancora una volta, intercettazioni pesanti. Partono ascoltando le
conversazioni di Mortola e di un altro sua collega. Nella storia compare
anche un artificiere, il poliziotto sospettato di aver materialmente
distrutto le molotov. Viene anche ascoltato in procura (come testimone) e,
come vedremo più avanti, non sarà un interrogatorio tranquillo.
Marcellino M. viene poi chiamato da un amico. È l'8 aprile scorso. Il
conoscente è Ahmad Fouzj Hadj, medico e imprenditore siriano, genovese di
adozione, presidente della Lucchese Calcio. Marcellino M. frequenta un
locale di Nervi al quale Fouzi e il suo entourage sono interessati.
Fouzi è anche amico di Fioriolli e nell'occasione utilizza non il proprio
telefonino, ma quello di uno dei calciatori, un atleta acquistato dal
Losanna. Per chi conosce l'imprenditore siriano non è una circostanza
sospetta: «Fa e riceve moltissime telefonate ogni giorno, ha spesso la
batteria scarica».
La conversazione è piuttosto agitata. L'artificiere spiega: «Volevano a
tutti i costi che dicessi che sono stati Fioriolli e Mortola a darmi
l'ordine di distruggere le molotov». L'interlocutore tace. «Pensa che un
magistrato mi ha detto: Fioriolli e Mortola te l'hanno ordinato e tu come
un servo hai eseguito». «Come un servo?». «Sì, come un servo mi ha detto,
un servo del potere. Non è vero niente, servo a me, ma che se ne vadano
affanc...». «E con Mortola ne hai già parlato?». «No, no, gliene parlerò
quando ci vedremo».
La vicenda non finisce qui. Perché quell'espressione pesante, che nella
ricostruzione del poliziotto sarebbe stata pronunciata da uno dei pm,
Enrico Zucca, finisce anche nelle stanze dei vertici della procura.
Precisamente in quella del procuratore capo Francesco Lalla, che a sua
volta incarica il suo vice Mario Morisani di accertare cos'è accaduto. Non
c'è però traccia, nei verbali di interrogatorio, di quell'espressione. Da
entrambe le parti si decide, concordemente, di farla finita lì e di
considerare chiuso lo sgradevole incidente. I pm avvisano ancora il
poliziotto e gli ventilano la possibilità di un'iscrizione sul registro
degli indagati per falsa testimonianza.
Continuando a intercettare le telefoncate di Mortola, però, i pm incappano
anche nelle strane conversazioni dell'ex questore Francesco Colucci.
Quelle in cui è lui stesso a raccontare di aver aggiustato la sua
testimonianza per venire incontro ai desideri del capo, cioè di Gianni De
Gennaro.
Ieri Colucci era a Genova. Ha chiarito alcuni dettagli delle sue
conversazioni. Ma soprattutto i passaggi riguardanti il nuovo capo della
polizia, Antonio Manganelli. «Mi ha detto di andarci giù duro, di forza»,
aveva rivelato nelle sue conversazioni con Mortola. Ora però aggiusta il
tiro: erano, spiega, battute amichevoli, di incoraggiamento, in un clima
un po' da caserma.
L'espressione andar giù duro si riferiva solo alla volontà di far
prevalere la verità dei fatti di fronte alle contestazioni dei pm, ma mai
di voler interferire con il lavoro dei magistrati.
E Fioriolli? Oggi è questore di Napoli. «Di quelle molotov - spiega - non
ho mai saputo nulla, non sapevo nemmeno fossero nei nostri uffici.
D'altronde, che siano state usate come false prove alla Diaz è venuto
fuori molto tempo dopo. Io credo siano semplicemente state distrutte come
accade per qualsiasi materiale pericoloso. Certamente nessuno tiene in
ufficio degli ordigni in attesa che qualcuno, eventualmente, possa un
giorno reclamarle, esistono regole precise che impongono la distruzione
degli oggetti potenzialmente pericolosi».
L'ultima querelle è innescata dalle rivelazioni del Secolo XIX: negli
allegati agli atti dell'inchiesta ci sono anche conversazioni tra un
indagato e il suo legale. L'avvocato Alessandro Gazzolo, che difende
Mortola, insieme a Piergiovanni Iunca, ieri mattina è stato in procura per
chiedere lo stralcio delle telefonate. Ricevuto dal procuratore capo
Francesco Lalla e dal pm Enrico Zucca ha avuto l'assicurazione di
un'immediata eliminazione delle conversazioni (quattro) dal fascicolo.
Marco menduni

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