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24.06.07

Secolo xix Pestaggi al G8, bloccatii risarcimenti ai feriti

Secolo XIX

Pestaggi al G8, bloccatii risarcimenti ai feriti
centinaia di cause civili
L'Avvocatura stringe la borsa, ma il ministero paga i legali dei poliziotti
GENOVA. Sulla partita dei risarcimenti ai feriti, a tutte le vittime delle
violenze al G8 del luglio 2001, si gioca l'ennesima, grande fibrillazione
di una storia infinita. Su qualunque accordo che cerchi di definire, prima
delle (eventuali) condanne decretate dalla magistratura, la situazione di
chi è stato ferito alla scuola Diaz, alla caserma di Bolzaneto, nelle
strade mentre manifestava pacificamente, è calata la mannaia romana. Stop
a qualunque mediazione. Resistere a oltranza a ogni richiesta di
riarcimento. Il ministero dell'Interno ha respinto i tentativi di arrivare
a una soluzione mediata del problema. E ora è muro contro muro.
Che cosa accade? Con l'arrivo a Genova, all'avvocatura dello Stato, di
Domenico Salvemini, si era manifestata una certa apertura su questa
partita. Sembrava fosse cosa fatta, almeno per i feriti e i contusi di
Bolzaneto; la situazione della Diaz è apparsa subito più articolata, ma
anche in questo caso era emersa la volontà di "chiudere" almeno sui casi
meno gravi, quelli meno onerosi per le casse dello Stato.
Sarebbero rimaste da analizzare soltanto le posizioni più gravi: le
ragazze pestate a sangue (quelle di cui ha parlato, nella sua deposizione
davanti ai giudici, il vicequestore Michelangelo Fournier, quello della
«macelleria messicana») e quella di Mark Cowell, il giovane inglese finito
in coma; sui picchiatori, in questo caso, grava anche un'accusa di tentato
omicidio.
Insomma, sembrava che il ministero avesse deciso per la linea morbida,
anche per chiudere il più in fretta possibile (almeno sotto l'aspetto
economico) il disastro G8. Così non è stato. Anzi: dopo le prime aperture,
è arrivato lo stop. E ora la strada è tutta in salita. Anche perché, con
una certa perplessità dei "mediatori" di queste richieste, il no
ministeriale giunge da un governo di centrosinistra che della chiarezza
sui fatti del 2001 a Genova aveva fatto una delle sue bandiere.
Quanti sono i giovani (e meno giovani) che oggi aspirano al risarcimento?
La situazione è così frastagliata, in tanti distinti procedimenti, che è
difficile un computo esatto: si aggira, comunque, oltre i 400. Sono
probabilmente le dimensioni del maxi-risarcimento a spaventare. La
circostanza è confermata da uno dei legali del Genoa Social Forum,
l'avvocato Laura Tartarini: «Ci era stato consigliato - spiega - di
inviare delle lettere al ministero, per capire se c'era la volontà di
chiudere, prima della conclusione dei processi, la questione dei
risarcimenti. Il ministero ha risposto di no».
Ma c'è un'altra circostanza che desta polemiche. Gli unici quattrini
usciti dai forzieri del ministero (oltre ai 5.000 euro destinati dai
giudici a Marina Spaccini della Rete Lilliput, colpita da una
manganellata, nell'unica causa civile fino a oggi andata a sentenza) sono
stati destinati al pagamento di parcelle. Quali? Quelle dei difensori dei
poliziotti la cui posizione è stata archiviata. Con un dettaglio curioso:
le parcelle sono state saldate senza il parere favorevole dell'avvocatura
dello Stato. La quale, come risulta al Secolo XIX, consultata, ha espresso
il suo diniego.
Parla Silvio Romanelli, difensore degli agenti della scuola Diaz
appartenenti al reparto antisommossa la cui posizione è stata archiviata
per l'impossibilità di attribuire qualsiasi responsabilità personale. «Le
parcelle - spiega Romanelli - sono state pagate, anche se solo in parte. E
non si capisce che cosa ci sia di stupefacente, considerato che un
professionista deve pur essere retribuito per il suo lavoro». Incalza
ancora Romanelli: «So che c'è anche chi favoleggia di parcelle
principesche e davvero non capisco. Sono state tarate dall'Ordine degli
Avvocati e quindi sono perfettamente in linea con le prestazioni offerte,
senza un centesimo in più. Ogni altra polemica è puramente strumentale per
aumentare la tensione intorno a questi processi».
Ma quale potra essere il legame con le sentenze penali dei processi con i
risarcimenti? A creare qualche imbarazzo all'avvocato dello Stato potrebbe
essere proprio la testimonianza di Fournier, che dice di aver visto
«quattro poliziotti» infierire sui no global inermi. Anche se i processi
non si dovessero concludere con delle condanne oppure (com'è ormai
pacifico) dovessero cadere in prescrizione, rimarrebbe a questo punto una
responsabilità civile del ministero. Non c'è dubbio, infatti, che (al di
là dell'identificazione personale), alcuni suoi dipendenti abbiano
comunque causato gravi danni fisici ai giovani malmenati. Con
un'aggravante, però: proprio perché non è possibile individuare gli autori
dei pestaggi, lo Stato non potrà nemmeno rivalersi nei loro confronti.
Marco Menduni
24/06/2007

«il mio primo caposi chiamava cella»
manganelli in arrivo
dalla prima pagina
Il lavoro, intanto, prosegue come tutti i giorni. E' mattina e all'ordine
del giorno c'è la manifestazione di Padova, quella del centro sociale
Gramigna in solidarietà con i neobrigatisti in galera. Appuntamento non
privo di insidie. Manganelli trova qualche istante per chiacchierare con
il Secolo XIX. Bruciano i fatti del G8 e gli ultimi sviluppi delle
inchieste.
Manganelli attende. Per ora nessun commento, sarebbe davvero poco elegante
prima della formalizzazione della nomina. Ma il capo della polizia in
pectore non si sottrarrà alle domande scomode. Nemmeno a quelle relative
ai fatti del luglio 2001, a Genova. Scherza, invece, sul suo cognome. Ha
letto il servizio, pubblicato nell'edizione di ieri del nostro quotidiano,
a pagina 5, intitolato "Più forte del cognome scomodo" e ci scherza su.
«Anzi, ho un aneddoto divertente che dimostra come quel cognome abbia
contrappuntato tutta la mia esperienza professionale».
Manganelli, nato ad Avellino (l'8 dicembre 1950, per gli amanti delle
biografie), muove i suoi primi passi in polizia in Campania. «Mi presentai
in questura e mi si fece avanti una persona con una folta barba e
dall'aspetto autorevole. Una persona che incuteva anche un certo timore
reverenziale. Mi chiese: come ti chiami? Io risposi: Antonio Manganelli.
Lui mi guardò e mi disse: certo, con quel cognome non potevi fare che lo
sbirro». Ma non è finita. «Quando se ne andò - prosegue Manganelli - io
chiesi ai colleghi chi fosse quella persona. Mi risposero: il capo di
Gabinetto del questore. Oggi le cose sono assai più sfumate, ma un tempo
il capo di Gabinetto era una figura importantissima, quasi inavvicinabile.
Allora io chiesi: ma come si chiama? E loro mi risposero: Cella».
Ci ride ancora su, Manganelli. E ricorda: «Quando poi aumentò la
confidenza, un giorno gli dissi: ma scusi, dice a me che mi chiamo
Manganelli... e lei?». Cosìè fatto l'uomo. Così vicino a Gianni De
Gennaro, in tanti anni trascorsi al suo fianco. Così diverso nel
carattere. Ombroso, silenzioso, riservatissimo quello del primo. Aperto,
gioviale, comunicativo quello di Manganelli.
Ora che i giochi sembrano fatti, si aspetta solo l'insediamento. Il
governo è intenzionato a bruciare le tappe e a fare il più presto
possibile. Anche per rimuovere quell'aura immota e sospesa che grava sulla
polizia. Con un capo in carica del quale si sa già che è in procinto di
andarsene e quello in arrivo che non è ancora ufficialmente nominato. Non
è sicuramente la situazione migliore per assicurare la serenità di tutti
gli operatori della polizia.
C'è anche un retroscena, sull'accordo raggiunto intorno al nome di
Manganelli. Dopo l'intesa con Rifondazione Comunista, che il partito di
Giordano ha accettato incassando il successo politico della rimozione di
De Gennaro, c'è stata una seconda fase di mediazione. Mercoledì scorso,
subito dopo il question time e le affermazioni di Romano Prodi, si era
scatenato il finimondo. L'opposizione è insorta: troppo fresco il ricordo
delle invelenite polemiche sulla sostituzione del comandante generale
della guardia di Finanza, Roberto Speciale. Il vulnus era, però,
rappresentato da un'altra circostanza. Prodi, in quell'occasione, aveva
parlato di «un'ampia consultazione con tutta l'opposizione per la
designazione del successore di De Gennaro».
Il centrodestra ha avuto un'occasione in più per lamentarsi: la
consultazione non c'è affatto stata. E sarebbe stata regola di buon
galateo istituzionale prima avviarla, poi parlare pubblicamente, e non
viceversa.
La consultazione, veloce e notturna in puro stile romano, è poi arrivata.
Per la Cdl è entrato in scena l'eterno mediatore: Gianni Letta. Con un
incarico preciso: chiudere in tempi brevi su un nome gradito pure al
centrodestra. Letta ha spiegato che avrebbe preferito poter discutere su
una rosa di nomi, che comprendesse, oltre al nome di Manganelli, quello di
Luigi De Sena (prefetto a Reggio Calabria), di Achille Serra (prefetto a
Roma) e di qualche prefetto di carriera, che non provenisse direttamente
dalle fila della polizia.
Ma lo stesso mandato prevedeva la possibilità di "chiudere", se fosse
stata la soluzione più veloce, sul nome di Manganelli. Cosìè stato. La
Casa delle Libertà ha deciso di non replicare, nel caso De Gennaro, la
battaglia sostenuta in difesa del comandante generale della Finanza,
Roberto Speciale. Anche perché la situazione è molto diversa e la scelta
di Manganelli è stata considerata in sostanziale continuità con De
Gennaro. Difeso dal centrodestra: proprio lui, il capo della polizia che
era stato voluto, su quello scranno, dal governo di centrosinistra nel
Duemila.
m. men.
24/06/2007

«Torture per il bene dell'Italia»
Il capo dei "Cinque dell'Ave Maria" ammette «le tecniche d'interrogatorio
particolari per certi sospettati»
dalla prima pagina
Certo, «i metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver
avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni
sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente
non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura - se così si può
definire - è l'unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per
risolvere il caso costi quel che costi. Se ci sei dentro - racconta il
super-poliziotto - non ti puoi fermare o staccare il biglietto, e come un
chirurgo che ha iniziato un'operazione, devi andare fino in fondo. Quelli
dell'Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare
tecniche "particolari" d'interrogatorio, a dir poco vitali in certi
momenti. Negli ultimi anni, la polizia non si è mai trovata in frangenti
tanto estremi se non al G8, forse. Ma lìè mancata la professionalità, sono
state usate le persone sbagliate, i tempi sbagliati, specie per
l'irruzione alla scuola Diaz».
Parla, il capo operativo dei "Cinque dell'Ave Maria". E la sua
testimonianza colma in parte la lacuna evidenziata 25 anni fa dal
tribunale di Padova nel primo processo sulle sevizie ai br, quando fu
descritta «l'esistenza di una struttura organizzata (non individuabile in
quel periodo) destinata al compimento di tali azioni». Il gruppo
"parallelo" fu gestito per un certo periodo direttamente dai vertici
dell'Ucigos e dal ministero dell'Interno; si muoveva da Nord a Sud per
risolvere situazioni "estemporanee" e non se n'è mai occupato alcun
procedimento penale.
Del funzionario (che è stato intervistato alla presenza di un'altra
persona) viene rispettata la richiesta di anonimato, ma ci sono chiari
riferimenti al suo lavoro in seno all'Amministrazione. La fonte ha
prestato servizio per quasi tre decenni, entrando in polizia alla fine
degli Anni Cinquanta e uscendone con un grado molto elevato. Ha lavorato
in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di
Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest'ultimo, nel 1963,
prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile
sia all'ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo. Infine
l'Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni
speciali), dove ha coordinato i blitz più«riservati». «Alla Mobile del
capoluogo campano - spiega - si combatteva una vera e propria guerra
contro la camorra. Occorreva invertire i rapporti di forza, la soggezione
indotta dai malavitosi sull'intera cittadinanza e ovviamente sugli
apparati di sicurezza. Perciò capimmo che prima di tutto bisognava
accompagnare alla puntualità degli accertamenti il rispetto ottenuto dai
banditi che di volta in volta catturavamo».
C'è un riferimento, più emblematico degli altri. «Negli anni '70 la zona
di Pallonetto a Santa Lucia era semplicemente il regno dei
contrabbandieri. Nemmeno la Finanza aveva il coraggio di entrarvi e
decidemmo che non si poteva andare avanti così. Impiegando metodi forti,
alla fine, ogni volta che ci presentavamo per una perquisizione i
"notabili" si alzavano in piedi. Venivano colpiti in faccia, con le sedie
dei bar dove si radunavano, se apparivano insofferenti alla nostra
attività». L'ispettorato antiterrorismo di Emilio Santillo è un passaggio
successivo, in qualche modo fondamentale nel forgiare le tecniche e il
drappello dei fedelissimi, che poi saranno utilizzati all'Ucigos.
«Dopo tanti anni di lotta alla criminalità organizzata, ebbi la certezza
che l'unico modo per debellare la violenza ideologica sarebbe stato
mescolare gli investigatori di estrazione "politica" a quelli di
provenienza "comune", cioè impegnati da sempre nel contrasto ai malviventi
di professione. Le notizie fornite dai primi, sommate all'efficacia dei
secondi, hanno dato risultati importantissimi». I "cinque" si mettono in
luce per esempio nell'inchiesta sui Nuclei armati proletari, specie dopo
l'arresto di Giuseppe Sofia. «Ci sono due livelli d'interrogatorio,
dinnanzi a un terrorista che hai la certezza essere colpevole. All'inizio
ponevo una domanda lineare, aspettandomi una risposta. Se la replica
risultava evasiva, o proprio non arrivava, ho sempre dato una seconda
chance, dicendo sottovoce "mi stai offendendo, riproviamo". Poi, quando
l'intelligenza viene definitivamente offesa, ci sono i modi forti e a quel
punto il sospettato ha l'impressione d'essere in tuo completo dominio. Si
vuole parlare di torture, ma io direi che si trattava soprattutto d'una
messinscena, praticata per garantire la sopravvivenza a decine di
persone». La somministrazione di abbondanti dosi di acqua e sale e la
finta fucilazione sono emersi con chiarezza, dalle carte degli anni
successivi: «Altre situazioni, che magari hanno fatto il bene dello Stato,
è meglio portarsele nella tomba».
Nel 1977, quando l'ispettorato antiterrorismo di Santillo viene sciolto,
ecco l'ultimo "scatto". Il funzionario viene chiamato a Roma, direttamente
all'Ucigos, con un ruolo di coordinamento. I fedelissimi, invece, restano
a Napoli: «Ma di tanto in tanto li reclutavo, quando la presenza era
assolutamente necessaria e sapevo che solo un interrogatorio condotto con
i loro metodi avrebbe consentito di ottenere le informazioni desiderate.
Ero autorizzato e delegato ogni volta a muovermi in questo modo dai miei
superiori, che riferivano al capo della polizia e al ministro
dell'Interno. Ci dicevano che era necessario andare fino in fondo e noi
gli risolvevamo i problemi. L'impiego dei miei investigatori non era
troppo ricorrente, ma coincideva sempre con i momenti cruciali delle
indagini».
C'erano testimoni da ascoltare durante il sequestro di Aldo Moro (la
nostra fonte è in una delle foto simbolo scattata in via Caetani, tra gli
investigatori vicini alla "Renault 4" dove si trovava il corpo senza vita
del politico) e pure dopo. «Uno dei pentiti "storici" nella storia delle
Br, il "tipografo" Enrico Triaca individuato successivamente alla scoperta
del cadavere dello statista, fornì una serie di rivelazioni impressionanti
dopo che lo torchiammo». Il metodo è trasversale. «Mi sono occupato
dell'ultradestra, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), in particolare
dell'arresto a Roma di Paolo Signorelli e altri militanti poi sospettati
di aver ucciso il 23 maggio 1980 il sostituto procuratore Mario Amato
(Signorelli, condannato in primo e secondo grado è stato definitivamente
assolto in Cassazione, ndr)».
L'anno topico è però il 1982, il periodo compreso fra gennaio e febbraio.
«Prima di partecipare alle indagini per la liberazione del generale
Dozier, io e i miei uomini interrogammo a Roma il brigatista Ennio Di
Rocco (bloccato il 3 gennaio 1982), militante delle Brigate Rosse-Partito
guerriglia. Grazie alle sue dichiarazioni individuammo, sei giorni dopo,
il leader di quell'organizzazione, Giovanni Senzani, nella base romana di
via Pesci».
Di Rocco fu uno dei primi terroristi a denunciare di aver subito torture.
Fu ucciso nel carcere di massima sicurezza di Trani e il suo omicidio
venne rivendicato dai "proletari prigionieri per la costruzione
dell'organismo di massa del campo di Trani" e fatto proprio anche dal
"partito guerriglia", che non gli perdonò le soffiate.
«Dopo Senzani andammo a Padova per Dozier. Il Paese era in preda al
panico, io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per
la corruzione. Occorreva ristabilire una forma di "auctoritas", con ogni
metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».
MATTEO INDICE
24/06/2007

Lo Stato torturatoretra passato e presente
marco menduni
L'uso della forza. Legittimo e, talvolta, meno legittimo. C'è un legame
che tiene insieme due vicende lontane nel tempo e di cui, in questi
giorni, si parla diffusamente sulle pagine del Secolo XIX. La prima è
rappresentata dalle dichiarazioni del poliziotto Salvatore Genova, il
liberatore del generale Dozier, sulle torture inflitte ai terroristi
durante gli Anni di Piombo. Una ferita ancora aperta, denuncia Genova, su
cui nessuno ha voluto far chiarezza. E oggi pubblichiamo le rivelazioni
choc del questore che, all'epoca, dirigeva l'attività dei "Cinque dell'Ave
Maria", la squadretta segreta incaricata, all'epoca, di sciogliere la
lingua ai terroristi. A qualunque costo.
La seconda vicenda è il blitz alla scuola Diaz durante il G8 del 2001.
Espressione di una violenza che sembrava solo un ricordo e su cui le
tenebre si sono squarciate solo a sei anni di distanza, con le
dichiarazione del vicequestore Fournier sulla «macelleria messicana».
Contesti molto diversi, anche se la coincidenza temporale li lega per
suggestione (e forse anche qualcosa di più). Contesti e tempi molto
diversi. Nell'epoca delle Br ci fu un momento in cui la violenza
brigatista avrebbe potuto davvero sfidare lo Stato, complice un diffuso
sentimento di contiguità ideologica che allignava nel Paese.
In quell'ottica le maniere forti furono una risposta che le istituzioni
tollerarono per il conseguimento di un fine collettivo ritenuto nobile. Su
quelle modalità il dibattito è, ancora oggi, aperto e nient'affatto
sepolto: lo dimostra l'interesse e la discussione scuscitata
dall'inchiesta del Secolo XIX, oggi giunta alla chiave di volta.
La vicenda Diaz è, sostanzialmente diversa. Lo Stato non era in pericolo.
E appare un'iperbole l'affermazione di alcuni secondo la quale, in quei
giorni, ci furono le prove tecniche di un golpe contro l'appena insediato
governo Berlusconi. In realtà il G8 riunì insieme, con uno straordinario
effetto moltiplicatore, tutte quelle frange dedite alla violenza che
ancora oggi (basti vedere le immagini degli scontri romani in occasione
della recente visita del presidente Usa Bush) utilizzano i grandi
appuntamenti istituzionali per scatenare incidenti. Nel blitz alla Diaz
sono poi entrati in scena quelli che appaiono gli ultimi epigoni di una
polizia violenta, retaggio di quel passato.
Il tema delle torture di Stato è però sempre al centro di un dibattito
vivacissimo. Più negli Stati Uniti del dopo 11 settembre; meno (per ora)
nel vecchio Continente. Gli interrogativi etici, su questo versante, si
limitano sostanzialmente a due. Il primo: a quanta libertà individuale e
sociale si può rinunciare in nome di una maggior sicurezza? Il secondo è
ancora più delicato: qual è la quantità di coercizione (e di maniere
forti) accettabile, quando in gioco c'è la vita di altre potenziali
vittime del terrorismo? Detto in parole più semplici: se l'uso della
tortura su un arrestato riesce a evitare una strage, la tortura stessa è
esecrabile in maniera apodittica? Oppure esiste una sorta di gradazione
morale che, nei casi estremi, la può giustificare? Ancora una domanda:
qualora, dalla mancata applicazione di metodi d'interrogatorio violenti,
ne consegue davvero la morte, il ferimento, la devastazione dell'esistenza
di altre persone innocenti, il rispetto dei diritti umani del terrorista è
comunque e davvero così giustificato dall'applicazione dei grandi ideali?
In Italia il dibattito è affiorato nell'epoca degli Anni di Piombo. Delle
torture inflitte ai terroristi si parlò, a quei tempi: ci furono anche
pubblici processi dai quali affiorò senza ombra di dubbio l'utilizzo di
quelle maniere forti, fortissime, per indurli a parlare.
Episodi tragici, come i quattro morti nell'appartamento di via Fracchia, a
Genova, fanno parte del bagaglio di ricordi di chi, quell'epoca, l'ha
vissuta. Poi la vittoria dello Stato sui brigatisti ha scolorito la
memoria di quegli avvenimenti. Anzi, li ha inglobati (edulcorandoli)
nell'apparato tipico dei vincitori. Come situazioni indispensabili in
momenti "emergenziali", senza le quali non si sarebbe potuto conseguire il
risultato moralmente giusto.
La tematica non è mai riaffiorata con prepotenza. Almeno fino all'episodio
del rapimento di Abu Omar. Ma, anche in questo caso, gli eventi che ne
sono conseguiti hanno spaccato (probabilmente a metà, come accade di
prammatica nell'Italia di oggi) le coscienze. Da una parte chi giudica
inaccettabile l'intervento di uno Stato straniero sul territorio italiano,
il sequestro e la deportazione di un personaggio comunque allarmante, ma
senza tutte le garanzie di una corretta indagine e di un corretto processo.
Dall'altra chi non capisce dove stia il problema: l'Italia si è liberata
di una persona pericolosa (così definita dagli stessi magistrati), forse
sono stati impediti sanguinosi attentati e non si comprende perché, sotto
processo, ci sia chi ha difeso il Paese e i suoi cittadini.
Posizioni, dal punto dialettico, entrambe comprensibili. Anche se l'unica
guida, l'unico faro in uno stato di diritto non può che essere
l'applicazione delle leggi. Che tali sono e che devono essere applicate in
quanto tali, senza farle soggiacere alla potenza dei contrapposti
convincimenti. Se si giudicano inadeguate, la via maestra non è tentare di
piegarle, ma impegnarsi in battaglie civili, politiche, parlamentari per
farle modificare.
24/06/2007

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