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22.12.05

Secolo xix: «Ricordo la scossa al cervello dopo il calcio del poliziotto al G8

La deposizione di Mattana al processo per le violenze delle forze
dellâ??ordine a Genova

«Ricordo la scossa al cervello dopo il calcio del poliziotto al G8»

Genova. «Ricordo la scossa elettrica al cervello dopo il primo colpo alla testa. Veniva da dietro. Non so da chi, non so in che modo». Sorride adesso e sono lontane quattro anni e mezzo le immagini di Marco Mattana, il quindicenne preso a calci davanti agli obiettivi dei fotoreporter durante la seconda giornata di manifestazioni e scontri del G8 2001. Il giovane no global romano che urla
«fate schifo!» con il viso deformato dall'ematoma e dall'ira. Di quel colpo e del calcio che ha inguaiato il vice della Digos di Genova Alessandro Perugini non restano che una leggera cicatrice sull'occhio sinistro del giovane («Sono stato
male per due mesi») e un processo a carico di cinque poliziotti, destinato a durare ancora parecchio.
Ieri l'udienza clou, con la deposizione del no-global, che abita a Ostia ed e' difeso dall'avvocato Mario Stagliano.
Parla per la prima volta, davanti alla corte e ai taccuini dei giornalisti:
«In questi anni ho finito il liceo artistico e ho iniziato a viaggiare ? racconta ? Giro per il mondo per capire che cosa fare da grande. Sono appena stato in
Messico. Lì sono degli artisti nella lavorazione dell'argento. Vorrei fare questo.
A Genova non ci sono piu' stato dopo il G8 e ieri, finito il processo, si e' concesso un giro all'Acquario per sovrapporre qualche ricordo positivo ai ricordi da incubo legati al capoluogo ligure. Dell'arresto in viale Brigate Partigiane parla
senza esitazioni e con dichiarato rancore nei confronti della polizia e della gestione dellâ??ordine pubblico: «Se il medico del 118 (Paolo Cremonesi, attuale primario del pronto soccorso dell'ospedale Galliera, ndr) non mi avesse tirato sull'ambulanza, sarei finito nella camionetta della polizia e di la' a
Bolzaneto. Sarei finito male, chissa' cosa mi avrebbero fatto. A un mio amico hanno fatto uscire il sangue dalle orecchie. In quei giorni ho pensato di trovarmi in Cile e non in Italia...».
Il pubblico ministero Francesco Albini Cardona lo ha fatto parlare dei momenti precedenti l'arresto e dell'aggressione, con l'aiuto delle immagini televisive: < colpito. Non avevo fatto niente. Ero seduto per terra, un pacifico sit-in. Il giorno prima era stato ucciso un ragazzo».
«Non sapevo che la' davanti ci fosse la Questura ha detto Mattana Con me câ??era molta gente, ma non ci furono lanci di oggetti ne' scontri. Improvvisamente ho visto la polizia che ci veniva incontro e mi sono alzato. A quel punto e' arrivata della gente alle mie spalle, in borghese e in divisa.
Il resto lo avete visto nelle immagini e le riprese televisive dicono piu' di quanto non possa ricordarmi. Ricordo che mi hanno buttato a terra, mi colpivano, in tanti. Riuscivo a vedere le loro gambe. Ricordo dei jeans».
Oltre a Perugini, difeso dall'avvocato Giovanni Scopesi, sono imputati nel processo Antonio Del Giacomo, Sebastiano Pinzone, Enzo Raschella' e Luca Mantovani, difesi dall'avvocato Piero Franzosa.
Ieri gli avvocati hanno rinunciato a svolgere i controinterrogatori.
Il processo e' stato rinviato al 19 gennaio.
Sempre ieri si e' svolta un'altra udienza del processo a carico di 29 poliziotti accusati delle violenze durante l'irruzione alla scuola Diaz. A deporre il no global spagnolo David Fernandez Moret, 34 anni, originario di Lleida: «Ci picchiarono
per alcuni minuti fino a quando un poliziotto grido': basta.
Poi ci obbligarono a restare sdraiati. Ci minacciarono e alla fine ci colpirono a manganellate». Lo spagnolo fu ferito alla testa, a un occhio, al braccio e a un dito.Il pubblico ministero Enrico Zucca gli ha chiesto se qualcuno che si trovava nell'edificio aveva ferite precedenti. Moret ha risposto che lui non ne aveva, ma un suo compagno era stato colpito sul viso da un poliziotto mentre, il giorno precedente, si trovava in piazza Manin. «Non ci fu scontro con la polizia - ha spiegato - era venerdi', il giorno in cui si provo' a entrare nella zona rossa o a circondarla. Noi eravamo con il cosiddetto "gruppo rosa". Poi abbiamo visto delle persone vestite di scuro con dei tamburi. Poco dopo e' arrivata la polizia che ha caricato lanciando lacrimogeni».
Nel pomeriggio sono stati sentiti altri due spagnoli del gruppo di Saragoza, Ana Ferrè Martinez e Aitor Ruiz Balbas, che hanno confermato la ricostruzione dei
compagni. Entrambi hanno riferito che il manganello con il quale sono stati picchiati era a forma di T.

Graziano Cetara

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