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05.02.13

Repubblica “Io, massacrato dai poliziotti al G8 e oggi umiliato dalla vostra giustizia”

“Io, massacrato dai poliziotti al G8 e oggi umiliato dalla vostra giustizia”
MASSIMO CALANDRI
GENOVA
— Questa volta è un’archiviazione, ma ha il sapore di un’altra condanna.
Perché i super- poliziotti erano lì, davanti alla scuola del G8, mentre il
branco di agenti si accaniva contro quel poveretto e quasi lo ammazzava di
calci, pugni, manganellate, odio. Erano tutti lì, in giacca e cravatta,
non hanno mosso un dito. E le belve in divisa sfondavano i polmoni,
rompevano otto costole, buttavano giù tutti i denti di Mark Covell,
giornalista inglese “colpevole” di essere fuggito spaventato all’arrivo
dei celerini in assetto di guerra. Adesso i giudici ammettono loro
malgrado che non ci sono prove sufficienti per sostenere che dirigenti e
funzionari di polizia — gli stessi condannati per il massacro della Diaz —
non abbiano impedito quel tentato omicidio.
Mark Covell, quella notte del luglio 2001 la polizia italiana ha cercato
di ucciderla. Dopo 12 anni, nessun colpevole.
«Io li ho visti in faccia, ricordo ancora adesso le loro voci. Ma non è
bastato. Avrei dovuto riconoscerli, nessuno mi ha mai mostrato una
fotografia. Fantasmi. I nomi e i cognomi di quegli assassini chiedeteli ai
loro colleghi e ai superiori. Loro li sanno bene, però hanno sempre tenuto
la bocca chiusa. Alla fine ha vinto l’omertà».
Gli autori materiali del linciaggio del non sono mai stati identificati,
gli uomini allora ai vertici del Ministero dell’Interno (Francesco
Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi) hanno sempre giurato di
non aver visto nulla.
«Ma non erano stati tutti premiati per le loro capacità investigative?
Sono i migliori detective
del mondo, dei segugi di razza. E non si accorgono che a un metro da loro
stanno ammazzando un uomo. Che vergogna».
Archiviando il fascicolo, il gip Adriana Petri ha sottolineato e
«censurato come gravissima la mancata collaborazione degli investigatori
con la Procura di
Genova, che di fatto ha impedito l’individuazione dei singoli responsabili
».
«Eppure tutti i capi della polizia da allora ad oggi, prima Gianni De
Gennaro e poi Antonio Manganelli, avevano detto pubblicamente che
avrebbero aiutato i pubblici ministeri a fare chiarezza.
Invece non hanno fatto altro che insabbiare. Alla Diaz, a Bolzaneto. Ma
come fate voi italiani a continuare a fidarvi di questa gente? Con questa
gente nessuno di voi, nessuno dei vostri figli, può stare tranquillo
girando per strada: è bene che non ve lo
dimentichiate, mai».
Il G8 di Genova continua ad essere una ferita aperta.
«De Gennaro avrebbe dovuto dimettersi allora. Dopo di lui, tutti gli altri
funzionari. Invece sono rimasti. Sono stati premiati, hanno fatto
carriera. Perché da voi, in Italia, funziona così: nessuno si assume mai
le responsabilità».
La Cassazione ha condannato i vertici del Ministero dell’Interno per il
massacro della Diaz.
«Quello è stato un grande giorno di democrazia. Io riconosco l’Italia
vera, quella dei giudici. Come Enrico Zucca, il pm che ha portato avanti
l’inchiesta nonostante delle pressioni incredibili. Come quelli della
Cassazione, che non hanno mai dubitato un istante della loro integrità.
Quella sentenza di condanna vi aveva fatto tornare nel mondo civile.
Questa archiviazione, che non è certo colpa dei giudici, vi riporta nel
Medioevo».
Giustizia non è fatta.
«E i colpevoli sono liberi. A partire da Roberto Maroni: è stato a lungo
ministro dell’Interno e sa benissimo come sono andate le cose, ma ha
sempre difeso i veri responsabili. È lui, che dovrebbe essere processato,
e così tutti quelli che hanno ignorato l’evidenza. De Gennaro. E
Manganel-li, che quando parlava di Zucca, diceva: “Abbiamo dato una bella
botta in testa a ‘sto magistrato”».
A ottobre il Viminale l’ha risarcita con 350.000 euro.
«Erano colpevoli, abbiamo trovato un accordo. Ma credevo che al Ministero
interessasse fare pulizia al proprio interno. Dare un esempio. Invece no.
Non gli importa sapere che ci sono dei potenziali assassini. Preferisce
nasconderli, proteggerli. Dimenticare. Ma io non dimentico. E nemmeno gli
italiani».

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