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16.07.12

Repubblica Nazionale G8, da De Gennaro solidarietà ai condannati “Dolore per chi ha subito torti, ma io corretto”

G8, da De Gennaro solidarietà ai condannati “Dolore per chi ha subito
torti, ma io corretto”
L’ex capo della polizia rompe il silenzio. Il padre di Giuliani: doveva
chiedere scusa
FABIO TONACCI
ROMA
— Tre giorni di silenzio, poi una nota di poche righe. Che dice e non
dice. Che parla di «profondo dolore per tutti coloro che a Genova hanno
subito torti e violenze» ma senza esprimere scuse come invece ha fatto
l’attuale capo della polizia Antonio Manganelli. Invocando il rispetto
delle sentenze della magistratura, ma senza aggiungere niente a undici
anni di silenzi sull’unica domanda ancora senza risposta: perché quella
mattanza alla Diaz? Il prefetto Gianni De Gennaro ha scelto la via del
comunicato per commentare, 72 ore dopo il pronunciamento della Cassazione,
la condanna in via definitiva dei 25 poliziotti per le violenze nella
scuola genovese durante il G8. Lui, nel luglio del 2001 al comando della
polizia, non ammise responsabilità allora, e non le ammette oggi.
«Le sentenze devono essere rispettate ed eseguite — scrive De Gennaro,
attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai
servizi — sia quando condannano, sia quando assolvono.
Le competenti autorità hanno adempiuto a tale dovere operando con
tempestività ed efficacia. Per quanto mi riguarda ho sempre ispirato la
mia condotta e le mie decisioni ai principi della Costituzione e dello
stato di diritto, e continuerò a farlo». Nessun chiarimento sul perché, di
fronte a quella che Amnesty International definì «la più grande
sospensione della democrazia in Occidente», non sentì il bisogno di
dimettersi, trincerato dietro al fatto di non essere direttamente
responsabile dell’ordine pubblico a Genova.
Troppo poco, questa nota, per chi è stato ferito dalle violenze del G8.
«De Gennaro prova dolore, ma non chiede scusa — commenta Giuliano
Giuliani, padre di Carlo, ucciso in piazza il 20 luglio del 2001 — Era il
più alto in grado, dovrebbe sentire su di sé tutte le responsabilità su
quanto accaduto quella notte alla Diaz». E Vittorio Agnoletto, portavoce
del Global Social Forum a Genova, rincara: «Parole molto più simili a
quelle di un capobanda che, dopo una sconfitta, resta consapevole
dell’enorme potere di cui ancora dispone. De Gennaro con arroganza
rivendica ogni cosa e, sfottendo i giudici, osa addirittura affermare che
tutto si è svolto secondo la Costituzione».
Rispetto per le sentenze, dice dunque l’ex capo della polizia. Che siano
di condanna, come quella che giovedì ha distrutto la carriera ad alcuni
dei suoi uomini migliori, come ad esempio Francesco Gratteri e Gilberto
Caldarozzi, nel 2001 capo e vice del Servizio centrale operativo, (a loro
va
«affetto e umana solidarietà — scrive De Gennaro — sono funzionari di cui
conosco il valore personale e che tanto hanno contribuito ai successi
dello Stato democratico »). O che siano sentenze di assoluzione, come
quella che lo ha visto uscire indenne da uno dei filoni processuali
scaturiti dalle vicende del G8 genovese.
Lo scorso 22 novembre, infatti, la Cassazione ha annullato senza rinvio la
sentenza che aveva condannato in secondo grado De Gennaro a un anno e
quattro mesi e Spartaco Mortola (ex capo della Digos del capoluogo ligure)
a un anno e due mesi per induzione alla falsa testimonianza. L’accusa per
entrambi, motivata da alcune
intercettazioni telefoniche risalenti al 2007, era di aver indotto
Francesco Colucci (ex questore di Genova nel 2001) a ritrattare la propria
testimonianza nel processo Diaz. La questione verteva su chi avesse
impartito l’ordine a Roberto Sgalla, responsabile delle comunicazione
esterne della polizia, di recarsi alla scuola la
notte delle violenze. Colucci prima disse che quel comando era arrivato da
De Gennaro, lasciando intendere che l’allora capo della polizia sapesse
cosa stava succedendo. Poi ritrattò, e attribuì quell’ordine a se stesso.
Davanti alla sesta sezione penale della Suprema corte, il procuratore
generale Francesco Iacoviello
(già al centro di polemiche per alcuni clamorosi ribaltamenti di sentenze,
come nei casi Andreotti, Squillante, Dell’Utri) chiese il proscioglimento
per De Gennaro e Mortola. «Il fatto non sussiste», stabilì la Cassazione,
perché la sentenza di secondo grado era «un deserto di prove».

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