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06.07.12

Republbica Diaz, le condanne decapitano la polizia sospesi per 5 anni Gratteri e gli altri funzionari

UNDICI anni finiscono qui. Alle 19, dopo nove ore di camera di consiglio.
Nell’Aula Magna della Corte di Cassazione. Giuliana Ferrua, presidente
della quinta sezione, legge il dispositivo di una sentenza che scaraventa
nel dramma la Polizia, decapitandone alcune eccellenze investigative.
E FORSE ne chiude per sempre una pagina di storia. Perché in quel verdetto
è la conferma per intero, in fatto, in diritto e nella determinazione
delle pene, delle condanne pronunciate sui fatti della Diaz dalla Corte di
appello di Genova il 18 maggio del 2010 nei confronti di 25 tra agenti,
funzionari e dirigenti. Piangono gli avvocati di parte civile. Piange
l’anziano Arnaldo Cestaro, il vecchio con la quinta elementare che non
venne risparmiato dalla furia dei tonfa e ora, aggrappato a una sedia di
legno dell’aula come un naufrago alla zattera, ha solo la forza di dire
«dopo 11 anni da suddito torno ad essere un cittadino». Piangono alcuni
degli avvocati delle difese, che non hanno la forza di avvicinare il
cellulare all’orecchio per comunicare con gli imputati che, assenti,
aspettano. Osserva impassibile e composto Pietro Gaeta, il sostituto
procuratore generale,
che questo processo ha difeso con appassionato rigore e infine vinto.
UNA VERITÀ DEFINITIVA
La verità giudiziaria su quella notte è dunque definitiva. Il 21 luglio
del 2001, a Genova, nel «plesso Diaz-Pertini», gli uomini della Polizia di
Stato violarono due volte il giuramento di fedeltà alla Costituzione.
Prima abbandonandosi a violenze indicibili su 93 donne e uomini inermi
ospiti della scuola. Poi, costruendo consapevolmente sul loro conto la
calunnia che, accusandoli da innocenti quali erano, avrebbe dovuto
dissimulare le responsabilità dello scempio. E questo, accreditando una
«resistenza» che non c’era mai stata con prove farlocche. Una coppia di
bottiglie molotov, manici di piccone raccolti alla rinfusa in un cantiere
non lontano, intelaiature in alluminio sfilate dalle armature degli zaini
di chi in quella scuola voleva solo dormire. Una doppia violenza.
«Premeditata
all’istante». Nelle more di una notte maledetta in cui non una sola norma
venne osservata.
IL PREZZO DELLA CONDANNA
La Cassazione dice ora che non ci furono innocenti, quella notte. Non lo
fu il «braccio» che consumò le violenze, non lo fu la testa
che, a posteriori, cercò di coprirle. Ma il conto definitivo - in una
singolare nemesi governata dalla prescrizione - lo paga solo la testa. Dei
tredici imputati del VII Nucleo speciale della Celere, nove (l’allora
vicecomandante Michelangelo Fournier e i capisquadra Fabrizio Basili, Ciro
Tucci, Carlo
Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro
Stranieri, Vincenzo Compagnone) vedono estinto il reato di lesioni per
«intervenuta prescrizione » e dunque dissolte le condanne di secondo grado
(Fournier era già prescritto) e le pene detentive e accessorie ricevute in
primo e secondo grado. Pagano solo in tre. Vincenzo Canterini, che quel
Nucleo comandava, vede ridotta la pena da 5 a 3 anni e 6 mesi, per il solo
reato “superstite”: il falso aggravato. Lo stesso che condanna gli agenti
Massimo Nucera e Maurizio Panzieri responsabili della messa in scena di
un’aggressione mai avvenuta con un coltello che si voleva vibrato contro
un corpetto di protezione antisommossa (3 anni e 5 mesi). Canterini, che
ha lasciato la Polizia e si divide oggi tra l’Italia e santo Domingo, non
sconterà né la pena detentiva (coperta pressoché per intero dall’indulto
di 3 anni fa), né quella accessoria dell’interdizione. Al contrario,
Nucera e Panzieri, che pure non affronteranno il carcere, da ieri sono
«interdetti » e dunque fuori dalla Polizia. Come l’uomo delle molotov:
l’enigmatico agente Pietro Troiani, che in 11 anni, si è rifiutato di
indicare se e da chi ricevette l’ordine di introdurre nel cortile della
scuola quei due ordigni sequestrati altrove e custoditi nel bagagliaio di
un Land Rover.
DECAPITATA L’ANTICRIMINE
Ma, appunto, è la “Testa” a pagare per tutti. Francesco Gratteri,
direttore della Direzione Centrale Anticrimine (4 anni), Gilberto
Caldarozzi, direttore del “Servizio Centrale Operativo” (3 anni e 8 mesi),
Giovanni Luperi, capo della direzione analisi dell’Aisi, il Servizio
Interno, e con loro quelli che, quella notte del 2001, erano giovani
funzionari e oggi dirigono importanti squadre Mobili (Filippo Ferri e
Fabio Ciccimarra) o sono diventati questori (Spartaco Mortola). Da ieri
sera, la condanna alla pena accessoria di 5 anni di interdizione dai
pubblici uffici e a quel che resta, tolti i 3 anni di indulto, della pena
detentiva (per la quale verosimilmente le difese chiederanno la
sospensione o la sostituzione con l’affidamento in prova ai servizi
sociali) li colloca fuori dalla Polizia. Di cui - è senz’altro il caso di
Gratteri, Caldarozzi, Luperi - sono e sono stati la spina dorsale,
l’eccellenza investigativa.
SENZA DISTINGUO
Il destino di questi «uomini dello Stato», per altro assolti in primo
grado, giustamente e legittimamente celebrati e apprezzati in questi anni
per la cattura di Provenzano, piuttosto che per le indagini sulle nuove Br
e la strage di Brindisi, erano la vera posta in gioco di questo processo.
L’elemento simbolico capace di dare sostanza o, al contrario, svuotare del
tutto il senso e il significato di quella notte e di una vicenda
processuale durata 11 anni. In queste settimane, per una ragione legata al
lungo rinvio tra la discussione del processo e la camera di consiglio (20
giorni) si era avuta la percezione che troppo era il “carico” sulla Corte
per non consigliarle una decisione “articolata”. Dei “distinguo”, insomma.
Che rimodulassero le responsabilità di questi uomini in ragione di ciò che
fecero o non fecero quella notte. Della circostanza di aver firmato (è il
caso di Caldarozzi) o non firmato (Gratteri e Luperi) i falsi verbali di
sequestro e arresto che calunniavano i 93 della Diaz. Ebbene, la quinta
sezione penale della Cassazione ha deciso - come le aveva chiesto il pg
Gaeta che non ci fosse spazio né per i distinguo, né per un azzeramento
delle responsabilità della catena di comando. Di più, che la severità nei
loro confronti imponesse non solo la conferma della condanna di appello,
ma anche il rifiuto di riconoscere a questi imputati le attenuanti
generiche (come pure avevano chiesto i loro avvocati ricordando i
“crediti” che nei confronti dello Stato questi uomini hanno accumulato nel
tempo) che avrebbero fatto scattare nei loro confronti la prescrizione del
reato di falso. Insomma, il tradimento del falso e della calunnia, nel
giudizio della Corte, ha finito per avere un peso persino maggiore, perché
più odioso, della violenza fisica sugli inermi.
UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE
Ezio Menzione, legale di parte civile, usa parole intelligenti e meditate
che afferrano il cuore di quest’esito. «Questa sentenza non ci sarebbe
stata - dice - se questo Paese non avesse conosciuto i casi Cucchi e
Aldrovandi. Se la cultura giuridica e non solo di questo Paese, non fosse
cresciuta nella consapevolezza che il principio di uguaglianza davanti
alla legge non è e non deve essere una chimera quando imputati sono degli
uomini e dei servitori dello Stato che hanno sbagliato». Che, insomma, il
monopolio della forza riconosciuto allo Stato ha il suo imprescindibile
reciproco nella forza del rispetto delle leggi, perché ne va della nostra
convivenza. È il punto cruciale su cui, da ieri sera, fa i conti il
vertice del Dipartimento
di Pubblica sicurezza e tutta la Polizia. Attraversata in queste ore da
umori cattivi. Dall’idea che non meriti di essere punito «in questo modo»
chi allo Stato «ha dato la sua vita». Che, oggi, paghino «solo alcuni» di
una catena di comando inspiegabilmente monca. E, per giunta, paghino più
di un qualsiasi colletto bianco. Di quelli che, in questi 11 anni, lo
Stato e il Paese lo hanno depredato. Come se, insomma, l’inflessibilità
avesse trovato l’occasione sbagliata per manifestarsi. Ma alla fine hanno
avuto e hanno ragione le parole del pg Gaeta: «In quest’aula si processano
i presenti. Si processano i fatti della Diaz. Nient’altro
». E così è stato.

Cancellieri: non dimenticare E Manganelli dice: “Rispettiamo la sentenza”
FABIO TONACCI
ROMA

— «Il caso Diaz deve restare nella memoria e il ministero dell’Interno
ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte». Sono le 20.46 quando
il ministro Anna Maria Cancellieri commenta la decisione della Cassazione,
che di fatto decapita i pilastri investigativi della Polizia di Stato, la
Direzione centrale anticrimine, di cui fino a ieri era capo Francesco
Gratteri, e il Servizio centrale operativo, diretto da Gilberto
Caldarozzi. «La sentenza va rispettata — dice — e mette la parola fine a
una vicenda dolorosa che ha segnato tante vite umane in questi undici
anni».
Parole pronunciate mentre in piazza Trilussa a Roma, a poche centinaia di
metri dalla Cassazione, un gruppo di manifestanti festeggia con un
concerto improvvisato le sentenze di condanna. E mentre davanti alle
telecamere gli avvocati dei funzionari di polizia condannati annunciano
ricorso alla Corte europea di Strasburgo, estremo tentativo per ribaltare
la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici.
«L’istituzione accoglie la sentenza con il massimo dovuto rispetto — detta
alle agenzie il capo della Polizia, il prefetto Antonio Manganelli, poco
dopo le dichiarazioni della Cancellieri — e ribadisce l’impegno a
proseguire nel costante miglioramento del percorso formativo. Orgoglioso
degli uomini e delle donne che servono quotidianamente il paese con onestà
e dedizione». Due senatori del Pd, Roberto Della Seta e Francesco
Ferrante, tornano a promuovere una commissione d’inchiesta per far luce
sulle responsabilità politiche, Nichi Vendola è soddisfatto: «La nube
tossica che per 11 anni ha coperto la mattanza alla Diaz si è dissolta».
Uno spiraglio di luce lo vede anche Giuliano Giuliani, che ancora attende
il processo sulla morte del figlio Carlo, ucciso negli scontri di piazza
del G8 di Genova. «In questo Paese c’è ancora un barlume di giustizia.
Spero di ottenere verità anche sull’assassinio di Carlo».
Giustizia dunque è stata fatta, ribadiscono i legali dei 60 no global
massacrati quella notte alla scuola Diaz. «La Cassazione è stata
coraggiosa — osserva l’avvocato Emanuele Tambuscio — mai nelle democrazie
occidentali si sono condannati funzionari di così alto livello». Ma c’è
anche chi, davanti alla prescrizione del reato di lesione nei confronti
dei poliziotti che sono entrati alla Diaz, non riesce a non vedere un
bicchiere mezzo vuoto. «È evidente che in Italia non esiste il reato di
tortura», osserva l’avvocato Ezio Menzione. E anche Amnesty International
solleva dubbi: «Condanne tardive e pene che non riflettono la gravità dei
crimini accertati».


CARLO BONINI

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