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18.09.08

Repubblica GenovaG8, una sentenza sui nazisti l´ultimo affondo dei pm

Repubblica Genova

Riprende il dibattimento e nella memoria dell´accusa spunta un parallelo
tra le responsabilitĂ dei vertici della polizia e quella dei gerarchi in
un eccidio giudicato dalla Cassazione
G8, una sentenza sui nazisti l´ultimo affondo dei pm
C´è anche un richiamo - per le responsabilità gerarchiche - ad una
sentenza della Cassazione su un eccidio nazifascista, nelle 500 pagine
della memoria conclusiva della procura sull´irruzione alla scuola Diaz.
L´atto finale sulla «macelleria messicana» sarà depositato questa mattina
alla ripresa del processo, dai pm Francesco Albini Cardona e Enrico Zucca.

Scuola Diaz, l´ultima carta dei pm Una sentenza sull´eccidio nazista
Oggi l´intervento dell´ultimo legale di parte civile. A luglio chiesti in
totale 109 anni
Nella memoria dell´accusa il parallelo sulle responsabilitĂ delle gerarchie
C´Ă¨ anche un richiamo ad una sentenza della Cassazione su un eccidio
nazifascista, nelle 500 pagine della memoria conclusiva della procura
sull´irruzione alla scuola Diaz nel G8 del luglio 2001. L´atto finale
sulla "notte cilena", che vede imputati i vertici della polizia italiana,
sarĂ depositato questa mattina alla ripresa del processo, dai pm Francesco
Albini Cardona e Enrico Zucca.
Nelle scorse settimane, anche gli avvocati difensori di alcuni degli
imputati hanno depositato una loro memoria, all´interno della quale
vengono sostanzialmente contestati i tempi della ricostruzione audiovideo
dell´assalto, effettuata dai consulenti tecnici delle parti civili.
Questioni che verranno dibattute quando gli avvocati prenderanno la parola
per le loro arringhe.
Ma in queste ore di vigilia della ripresa delle udienze, a tenere banco
nelle discussioni tra gli avvocati impegnati nel processo sono le
indiscrezioni e le anticipazioni sulla memoria della pubblica accusa.
Si è così saputo che nella parte dedicata ai ruoli apicali, ossia alle
responsabilitĂ nella gestione del blitz e poi nella redazione dei verbali
dei funzionari di grado piĂą alto, i pm hanno inserito una serie di
citazioni relative a testi giuridici internazionali, così come a sentenze
di tribunali italiani e di altri paesi europei.
Sicuramente il riferimento destinato a far maggiormente discutere è quello
che riguarda la sentenza, con cui la Cassazione condanna alcuni soldati e
ufficiali nazisti responsabili di uno dei molti eccidi di civili sul
finire della seconda guerra mondiale.
L´intento dei magistrati non è, evidentemente, quello di tracciare dei
paralleli tra le azioni del 2001 e quelle bestiali delle truppe tedesche
di oltre 60 anni fa. Piuttosto, in quella, come in altre sentenze, i pm
hanno trovato passaggi significativi riguardanti i rapporti gerarchici
all´interno di un corpo militare o di polizia, una conferma alle loro tesi
circa il coinvolgimento dei superiori nelle decisioni prese quella notte.
Il programma di questa mattina prevede comunque l´intervento dell´ultimo
legale delle parti civili, l´avvocato Alessandro Gamberini.
A luglio al termine della loro requisitoria i pm chiesero al tribunale 28
condanne per complessivi 109 anni e 9 mesi, e un´assoluzione. Tra le
richieste: quattro anni e sei mesi di reclusione per Francesco Gratteri e
Giovanni Luperi, oggi ai vertici di antiterrorismo e servizi segreti. Sono
accusati di aver truccato le prove, falsificato i verbali, contribuito a
costruire una «colossale menzogna» per giustificare la «macelleria
messicana» come la definì un altro degli imputati il vicequestore
Massimiliano Fournier.
(m. p.)

In 252 pagine testimonianze, verbali, foto segnaletiche che raccontano una
storia finita con una sentenza shock
La "Mattanza della democrazia" libro veritĂ sugli orrori di Bolzaneto
Le istituzioni avrebbero avuto bisogno di una purificazione che non c´è
stata
Calandri è il cronista che ha seguito il maggior numero di udienze del caso
MARCO PREVE
Ci sono libri che non andrebbero scritti. E "Bolzaneto: La mattanza della
democrazia" di Massimo Calandri, edito da Derive Approdi, è proprio uno di
questi. Perché la storia del carcere speciale del G8 di Genova e delle
centinaia di prigionieri innocenti che vi vennero rinchiusi, e poi
picchiati, umiliati, privati dei diritti fondamentali, è una storia che un
moderno stato democratico in sette anni dovrebbe essere in grado di
metabolizzare. In un paese civile il reato di tortura sarebbe compreso nel
codice penale, lo Stato e i suoi rappresentanti si sarebbero assunti le
loro colpe, gli aguzzini in divisa rapidamente identificati e condannati.
Così, il caso Bolzaneto sarebbe materia per gli storici e non per
inchieste giornalistiche.
Invece «questo libro è soprattutto necessario», come scrive nella
prefazione Giuseppe D´Avanzo, per tanti motivi. Perché in Italia la
tortura non esiste, perché nessuna componente dello Stato ha chiesto
scusa, perché le poche condanne che ci sono state non rendono giustizia
alle vittime in primis e alla democrazia in seconda battuta.
E la storia inizia proprio da qui, ossia dalla fine di una sera di metĂ
luglio in cui in un´aula bunker stracolma di gente e di «energia
collettiva», viene pronunciata la sentenza shock.
Massimo Calandri era lì quella sera, ma questo è scontato. Non lo è invece
che sia il giornalista italiano che in assoluto ha seguito il maggior
numero di udienze del processo Bolzaneto così come di quello della Diaz.
Centinaia di ore ad ascoltare e prendere appunti senza contare le migliaia
trascorse a raccogliere notizie nella fase dell´indagine. Il risultato è
un libro appassionato, documentato, che non fa sconti a nessuno. E che
nonostante sostenga una tesi -Bolzaneto fu un buco nero dei diritti -
concede spazio e voce a tutti, a condannati e assolti, ad avvocati
difensori e parti civili.
Oltre ad un parte centrale del libro che con verbali e foto segnaletiche
ripercorre la via crucis di decine di giovani italiani e stranieri,
detenuti in una prigione di stampo fascista in cui si strappavano capelli
e piercing, si minacciavano le donne di stupro, si offendevano ideali
politici e colore della pelle e si obbligava ad inneggiare al duce,
Calandri affronta il ricordo di Bolzaneto da una serie di angolature
originali e spiazzanti. Come ad esempio quando il cronista deve scrivere
di imputati che conosce da anni, e che fino ad allora erano "amici",
rappresentanti di una polizia moderna e democratica, mentre oggi sono i
protagonisti «di pagine brutte e di comportamenti gravi», come scrissero
nella loro memoria i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati.
E si ripiomba nel delirio di quei giorni del luglio 2001 con il diario di
Raffaele Caruso uno degli avvocati del Genoa Legal Forum che fu il primo
legale ad entrare a Bolzaneto.
Ecco forse e¨ proprio nelle parole di Caruso che si ritrova quella perdita
dell´innocenza che è il male peggiore creato da Bolzaneto. Caruso,
all´epoca 28enne, ha un passato nella Dc, è uno che va in chiesa e non nei
centri sociali, è uno che la polizia l´ha sempre vista come amica. Invece
in quelle giornate, prima, in piazza Tommaseo si ritrova un agente che gli
punta una pistola in faccia solo perché ha chiesto che terminasse il
pestaggio di un manifestante inerme, e poi, quando varca i cancelli di
Bolzaneto animato dai principi del diritto che per un giovane avvocato
sono piĂą forti di una corazza, viene respinto da uomini in divisa
minacciosi che si sono ormai isolati dal contesto democratico.
Ecco, Calandri ci racconta quello scoramento, quella delusione che sfocia
in un pianto rabbioso. Una sorta di purificazione che avrebbe fatto bene
anche alle istituzioni. Invece ci si ritrova con un caso Bolzaneto che ha
permesso - come ipotizza ancora D´Avanzo - la proliferazione di germi
pericolosi per le libertĂ personali: leggi per le impronte digitali ai
bambini rom, campi di identificazione per gli stranieri, militari di
pattuglia nelle nostre strade.

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