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26.09.07

Unità G8: dirigente Digos non vide, non sentì, non parla


http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=69159

G8: dirigente Digos non vide, non sentì, non parla

Il carcere di Bolzaneto a Genova

Non ha visto violenze nella caserma di Bolzaneto: la situazione era
difficile ma tutto è proceduto regolarmente. Ha anche comprato di tasca
sua dell’acqua da distribuire ai fermati. Però qualche collega alzò la
voce, qualcun altro spruzzò gas urticante nelle celle. Alessandro
Perugini, vicecapo della Digos genovese durante le giornate del G8 a
Genova nel 2001, respinge ogni addebito. È stato il primo dei 45 imputati
- tra poliziotti, penitenziaria, carabinieri e personale medico - ad
essere sentito nel processo appena aperto sugli episodi di violenza
denunciati da decine di persone fermate e portate in quella caserma.
Decine di testimonianze parlano di atmosfera da “dittatura cilena” ma
tant’è. Quello che all’epoca era il massimo dirigente della polizia a
Bolzaneto è accusato di abuso d'ufficio, abuso d'autorità contro detenuti
o arrestati e di non aver impedito che alcuni manifestanti venissero
picchiati o maltrattati.

«Non ho sentito urlare né ho visto episodi di violenza »
Durante l'interrogatorio del pm Patrizia Petruzziello, iniziato intorno
alle 11 e 30 di martedì e durato poco più di due ore, Perugini ha risposto
a tutte le domande. Dalle sue parole si ricaverebbe che nulla sia avvenuto
in quelle stanze. Degli episodi gravissimi di umiliazioni e percosse
ribaditi da decine di manifestanti italiani e stranieri insomma non ci
sarebbe traccia. «Dalla mia postazione non ho sentito urlare nè ho visto
episodi di violenza avvenire nei corridoi» ha dichiarato al magistrato.
«All'inizio non era previsto un servizio di vigilanza dei fermati - ha
spiegato - Nelle prime ore del venerdì pomeriggio (20 luglio 2001) arrivò
una disposizione dell'ufficio di Gabinetto che ordinava agli agenti che
accompagnavano i fermati anche di sorvegliarli. Sabato (21 luglio 2001) un
contingente di carabinieri venne deputato alla sorveglianza e nella notte,
quando andai via, non mi interessai più della questione».

«Non mi sono chiesto perché stessero volto e mani rivolti al muro»
Qualcosa però combacia con alcune deposizioni di chi si trovò in quelle
celle. Perugini ricorda che durante tutte quelle ore trascorse a Bolzaneto
solo «in due circostanze ho avuto accesso alle celle» e che, in entrambe
le occasioni, «ho visto all'interno di ciascuna cella una decina di
persone, con il volto e le mani rivolte verso il muro. Non ricordo di aver
visto donne. Non mi sono chiesto il perchè stessero in quella posizione,
non mi ha colpito quella circostanza».

Solo «un collega alzò la voce». E “altri” «spruzzarono gas urticante nelle
celle»
«Ricordo un episodio in cui un collega stava alzando la voce contro un
fermato e sono intervenuto per dirgli di calmarsi - ha ricostruito. - Non
ricordo il nome del fermato. Doveva fare una inalazione per l'asma e dissi
che non c'erano problemi. Mi chiesero l'autorizzazione e la diedi» ha
spiegato.

Anzi, quando poteva dava una mano. Ricorda di aver soccorso un
manifestante telefonando al padre col proprio cellulare, di essere
intervenuto quando furono spruzzati gas urticanti in una delle celle
dall'esterno. Anche se poi «non ho fatto nessun nota perchè
nell'immediatezza c'erano tante cose da fare, ma informai la mia collega
Anna Poggi».

Lui intanto acquistava di tasca propria bottigliette di acqua minerale per
i fermati: «Ho fatto arrivare del cibo e dell'acqua per i nostri e ho
fatto distribuire una cassa d'acqua, erano bottigliette da mezzo litro,
anche ai detenuti nelle celle. Ho valutato da solo che ce ne fosse bisogno
perchè faceva caldo».

Il pestaggio di Marco Mattana. Perugini è in maglietta gialla

Le identificazioni e i cittadini stranieri
Quanto alle denunce di tanti ragazzi stranieri che (come gli italiani) non
hanno potuto chiamare il loro consolato, un avvocato o semplicemente a
casa, Perugini precisa: «Se gli stranieri lo richiedevano venivano sempre
avvisati i consolati con moduli plurilingue». Però ammette che ci furono
dei ritardi protratti nell’identificazione, tant’è che per due giorni
alcuni reclusi denunciano di essersi sentiti tagliati fuori dal mondo
senza poter dare notizie di se all’esterno della caserma: «I tempi di
identificazione dei fermati si allungarono in modo esponenziale rispetto
alle nostre previsioni», ha detto e conclude: «Il clima era caldo».

«Ricordo solo Marco Mattana. Per motivi personali»
«La situazione era difficile ma conservavo la mia lucidità . Le persone
venivano accompagnate sotto braccio. Ricordo di aver visto una persona
ammanettata e di aver detto di togliergli le manette. Eravamo dentro la
caserma e non c'era alcun pericolo di fuga - ha ripetuto Perugini. - Non
ho mai visto neanche minorenni dentro la caserma, ricordo soltanto
Mattana. Mi è rimasto impresso per motivi personali». Marco Mattana aveva
15 anni nel 2001, era uno studente di Ostia arrivato nel capoluogo ligure
per manifestare. Le sue immagini hanno fatto il giro delle tv perché tra i
pestaggi della polizia per le strade di Genova fu uno dei più
agghiaccianti: il minorenne venne preso a calci da Perugini e da altri
poliziotti il 21 luglio. Il ragazzo, con il volto tumefatto, alla fine
riuscì ad uscire dal cerchio e si avvicinò supplicante alla videocamera
che lo riprendeva.

Per qual pestaggio ingiustificato, documentato in più di un video,
Perugini insieme ai colleghi è indagato anche in un altro procedimento.

Pubblicato il: 25.09.07
Modificato il: 25.09.07 alle ore 17.45

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